Israele vara il bilancio più colossale della sua storia: 271 miliardi mentre i missili iraniani piovono
Alle 2:47 di lunedì, con le sirene che ululavano e i parlamentari blindati in una sala antiatomica, il Knesset ha votato 62-55 il budget più grande mai scritto a Gerusalemme: 850,6 miliardi di shekel, 271 miliardi di dollari, una cifra che fa venire il mal di testa persino alla calcolatrice di un ministero.
La difesa divora tutto: 143 miliardi solo per i carri armati
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha definito il pacchetto militare “il cuore pulsante” del provvedimento: 143 miliardi di shekel per il 2026, più altri 22 di spesa variabile e 82,2 di impegni pluriennali. Totale: 247 miliardi, quasi un terzo dell’intero budget, mentre i reservisti dormono nei bunker del Libano Sud e i civili di Tel Aviv contano i secondi tra un allarme e l’altro.
Ma c’è un dettaglio che nessuno mette in prima pagina: il taglio lineare del 3 % a tutti i ministeri tranne quello della Difesa. Educazione, salute, welfare: meno risorse per pagare i jet e i droni. Un’operazione di contabilità che i sindacati già chiamano “imposta di guerra mascherata”.

Il miliardo ai collegi rabbinici: la svista dell’opposizione
All’una e trenta, mentre i deputati corrono nei corridoi antisismici, scatta l’emendamento che nessuno ha letto: 800 milioni di shekel alle yeshiva, i collegi talmudici ultràortodossi. L’errore? I parlamentari di Yesh Atid e Nazionali Uniti lo votano per sbaglio, credendo si trattasse di un emendamento loro. Quando capiscono, è troppo tardi. Il leader dell’opposizione Yair Lapid twitta: “È il più grande furto di Stato della nostra storia”. Cifra finale: oltre un miliardo in più per le scuole haredi, salite da 4,1 a 5,17 miliardi.
Il trucco è servito a tenere buoni Shas e United Torah Judaism, che avevano minacciato di far saltare il governo se non fosse arrivato l’esenzione di massa dalla leva militare. Il compromesso: prima il budget, poi la legge sul reclutamento. Una promessa scritta su un fazzoletto, ma che ha evitato le elezioni anticipate.

I coloni prendono più dei periferici israeliani
Altro regalo di Natale in anticipo: 400 milioni di shekel al ministero degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali, l’ufficio che finanzia le colonie in Cisgiordania. A far di conto, alcuni insediamenti riceveranno più fondi pro-capite delle periferie del Neghev o della Galilea. Naftali Bennett parla di “budget più antisionista di sempre”, Yair Golan dei Democrats lo definisce “piano operativo per smantellare Israele dall’interno”.
Lo Stato, insomma, sceglie: più coloni, meno università. Il taglio all’alta formazione è stato confermato: 14,9 miliardi, un punto percentuale in meno dell’inflazione reale.
Il deficit sale al 4,9 %: la flessibilità costa cara
Per far quadrare i conti, il governo ha alzato il tetro del deficit allo 0,4 % del PIL: dal 3,9 al 4,9 %. Uno scarto che sembra minimo, ma che su un’economia da 520 miliardi di dollari vale 5,2 miliardi di debito aggiuntivo. Le agenzie di rating osservano, attendono. Il costo della guerra, dicono a Bank of Israel, potrebbe spingere il rapporto debito/PIL oltre il 70 % entro il 2027.
Intanto il prezzo del latte e del pane continua a salire. Smotrich promette “sconti fiscali per le famiglie”, ma nel testo non c’è una sola clausola che abbassi l’IVA. Il rimborso per i figli dei reservisti? Rimandato alla legge di accompagnamento, quella che il Knesset ha scisso in due pezzi per evitare il voto sulle riforme impopolari.
La prossima scadenza: ottobre 2026
Il governo Netanyahu respira, ma fino a ottobre. Se non passerà la legge sulla esenzione di massa per gli haredi, Shas e UTJ tireranno la corda. E allora il budget, per quanto colossale, sarà solo un foglio di carta da ricominciare a riempire. Intanto i missili iraniani continuano a cadere, i conti pubblici a gonfiarsi e i cittadini a pagare il conto. Nessuno ha vinto: solo chi ha saputo leggere meglio la partita.
