Labor cancella la resistenza alle carceri obbligatorie: è già rottura col 2023
Annullato, senza fanfare, il capitolo che per anni ha protetto i giudici australiani da politiche punitive imposte. Il primo abbozzo della piattaforma nazionale Labor 2026, consegnato al National Policy Forum il 19 marzo a Melbourne, salta la storica clausola contro le pene minime obbligatorie. È un buco nero di quattro righe che Albanese ha scelto di non colmare, pur avendo già firmato leggi – antisemitismo, simboli d’odio – che prevedono il mandato di carcere fisso. Il partito, insomma, scrive il futuro cancellando il passato.

Un silenzio che vale una svolta autoritaria
Il documento di 156 pagine, visionato da NuoveFrontiere, è ancora un “draft zero”, ma i nodi politici sono già stringenti. Le stesse fonti interne ammettono che la bozza «non ha status», però nessuno, a oggi, ha presentato emendamenti per reintrodurre il freno alle pene detentive coatte. Traduzione: la dirigenza vuole libertà di manovra, e la base non ha i numeri per opporsi. Kim Carr, veterano del partito, non usa mezzi termini: «È una violazione palese della piattaforma, un cedimento alla pressione populista». Il governo, dal canto suo, ha aumentato le condanne per reati d’odio senza attendere il congresso di luglio a Adelaide. Ora il submarine deal da 368 miliardi di dollari con Aukus rischia di diventare l’ennesimo teatro di scontro fra la segreteria e gli attivisti.
La novità non è solo interna. Il capitolo Esteri cambia registro sulla Cina: niente più toni da constructive engagement. Pechino è definita «forza centrale nelle sfide globali» con cui «affermare i nostri interessi» quando proietta potenza nel Pacifico. Tradotto: siamo di fronte a un Labor più realista che progressista. Il documento conferma l’alleanza con Washington, riposiziona Canberra come «potenza media attiva» e, per la prima volta, inserisce il riconoscimento formale dello Stato palestinese. È un mix ideologico che mira a tenere insieme l’elettorato urbano, preoccupato per i diritti umani, e i distretti industriali, dove la sicurezza e i posti di lavoro contano più della purezza di principio.
Il segnale più chiaro arriva, però, dall’assenza: il carbon capture and storage, indicato nel 2023 come «possibile soluzione per i settori difficili da decarbonizzare», è sparito. Via anche l’ambigua apertura al nucleare. Il partito corre verso il 2026 con un programma ambientale più minimalista di quanto promettese due anni fa. Il ministro Rowland, responsabile delle politiche di condanna, si è rifiutata di commentare. «Draft zero» o meno, la scelta di parola è già Politica.
Lo scenario è semplice: Albanese sta smontando pezzo per pezzo la piattaforma che ha fatto vincere Shorten nel 2019 e ha consolidato la vittoria del 2022. Le pene obbligatorie sono solo la punta dell’iceberg. Se il congresso di luglio ratificherà il testo senza ripristinare il veto, il Labor entrerà nella campagna 2026 con un’identità più securitaria e meno garantista. Il prezzo? Per ora lo pagano i giudici, la comunità legale e quei 4.000 detenuti che, secondo i dati del Bureau of Statistics, finiscono dietro le sbarre per reati minori con sentenze minime. Il resto dell’Australia, quella che vota, ancora non sa che il programma è già cambiato.