Los angeles brucia: lacrimogeni e arresti alla protesta no kings
Il centro di detenzione metropolitano di Los Angeles è diventato il fronte caldo di una città che non riconosce più il suo futuro. Sabato sera, mentre 40mila persone sfilavano in 40 città della California meridionale per dire «no» alla seconda presidenza Trump, la polizia ha caricato un gruppo di 150 manifestanti fuori dal carcere: gas lacrimogeni, proiettili di gomma, un ragno colpito all’occhio. Decine di arresti. Un «tactical alert» che suona come un’ammissione: qui la tenuta sociale è già rotta.
Il centro detentivo che ha trasformato la città in campo di battaglia
Da quando l’amministrazione Trump ha lanciato l’offensiva anti-immigrati su Los Angeles, il complesso di Twin Towers è il punto in cui ogni tensione trova sfogo. I manifestanti lo chiamano «il buco nero»: dentro passano migranti senza processo, fuori scatta la guerriglia urbana. La struttura, costruita per 3.800 detenuti, ne ospita oltre 5.000. Le associazioni denunciano: «È diventato il simbolo di un paese che espelle prima di giudicare.»
La marcia di giornata era finita da ore. In centro c’erano ancora cartelli con la scritta «No Kings» e qualche striscia di cartone rimasta a terra. Poi, verso le 22, un gruppo si è spostato davanti al carcere. Secondo la polizia, hanno lanciato «massi di cemento e bottiglie». Secondo i presenti, volevano solo leggere i nomi di chi quel giorno era stato deportato. Il copione è quello di sempre: ordine di disperdersi, sirene, cariche. Il bilancio: 62 arresti, un ferito grave, tre giornalisti fermati.

La guerra per l’immagine di trump si sposta sui campi da golf
Mentre il centro bruciava, a Rancho Palos Verdes, davanti al Trump National Golf Club, si è consumato l’altro spettacolo. Due uomini, uno con il berretto rosso «Make America Great Again», l’altro con la bandiera arcobaleno, faccia a faccia, a pochi centimetri, pronti a scendere a pugni. Un fotografo ha immortalato il momento: è già la foto-simbolo della giornata. Il club, che nel 2020 registrò entrate per 17 milioni di dollari, è diventato il teatro perfetto per la narrazione di un paese spaccato in due metà uguali e ostili.
Il sindaco Karen Bass, in un post su Facebook, ha invitato alla calma: «La protesta pacifica è il nostro diritto costituzionale.» Ma la parola «pacifica» suona come un retaggio di un’epoca passata. I numeri dicono altro: in tre mesi, 127 manifestazioni fuori dal carcere, 340 arresti, 23 feriti. E il costo delle vite: secondo il Dipartimento di Sicurezza Interna, le deportazioni da Los Angeles sono aumentate del 43% rispetto al 2023. Ogni volo charter che parte da LAX porta via 135 persone, in media. Il prezzo del biglietto lo paga il contribuente: 7.800 dollari a testa.
La notte è finita con le strade ancora impregnate di gas pepato e le telecamere che cercavano un nemico da inquadrare. Ma il vero sconfitto è il racconto: quello che descrive una città che protesta per poi tornare a casa. Non è più così. Qui chi esce di scena è l’intera idea di una democrazia che sa frenare l’arbitrio. E la cifra che resta, gelida, è un’altra: 40. Manifestazioni solo in California in un giorno. Un numero che non ha più bisogno di commenti.
