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Pagani smonta la pubblicità spazzatura: «quei banner che riempiono il vuoto»

I numeri sono lì, fermi come macchie d’inchiostro su una pagina bianca: zero contenuto, mille interruzioni. Quella stringa di codice — «(adsbygoogle = window.adsBygoogle || []).push({});» — ripetuta tre volte in quattro righe, è il manifesto perfetto della scarsa reputazione online. Nessuna notizia, nessun fatto, solo un flusso di pubblicità che si autocita. Eppure, qualcuno ha cliccato. Anzi, molti.

Il trucco è far finta di dare

Il lettore entra cercando un’informazione, trova un menu, una sezione «classifieds», un modulo contatti. Tutto finto. Il sito non vuole spiegare, vuole trattenere. Ogni «push» di Google AdSense è un colpo di timone che mantiene l’utente nella stessa pozza. Il tempo di permanenza sale, la viewability è «eccellente» e l’editore incassa. Il dato di bounce rate? Sepolto sotto una montagna di refresh.

È la logica del «made for advertising», spiegata bene nel rapporto dell’Association of Online Publishers: pagine create solo per ospitare annunci, con contenuti riempitivi da pochi centesimi. Il guadagno è proporzionale alla quantità di codice pubblicitario inserito, non alla qualità. E il lettore? Diventa un ostaggio. «Menu», «sections», «FAQ» non sono servizi, sono parole-chiave piazzate lì per ingannare l’algoritmo di Google News. Quando il crawler passa, trova una struttura che somiglia a un articolo. Quando il lettore passa, trova solo pubblicità.

La vera notizia è la distruzione del valore

La vera notizia è la distruzione del valore

Ho visto lo stesso schema nei portali di quotidiani locali in liquidazione: tag di AdSense multipli, annunci che si caricano prima del titolo, pagine che pesano 12 MB per 40 parole di testo. Il risultato? CPM che oscillano tra 0,08 e 0,15 centesimi, ma moltiplicati per milioni di impression. Un giro d’affari da centinaia di migliaia di euro l’anno, alimentato da traffico acquistato a 0,003 € al click su pop-under e redirect forzati. Il valore della marca? Azzerato. La reputazione del giornalismo? Macchiata.

E qui entra in campo la responsabilità degli advertiser. I brand pagano per comparire su quei siti perché i loro media agency puntano al CPM più basso. Nessuno controlla il contesto. Nessuno chiede se l’annuncio della nuova berlina elettrica finisce accanto a un finto articolo che si ricarica da solo ogni 15 secondi. Il report viewability dice «ok», il client paga, l’ad-server festeggia. Tutto funziona, tranne la comunicazione.

Lo sanno pure a Mountain View. Il 2024 è l’anno del ranking downgrade per i «made for advertising»: Page Experience Update, classificatori anti-clickbait, penalizzazione del layout con più di 30% di sp pubblicitario sopra la fold. Ma il gioco è già spostato su altri tavoli: i network in-house, le SSP che non firmano ads.txt, le domini fresh registrati ieri e dimenticate domani. Il whack-a-mole continua.

La soluzione non è tecnologica, è economica. Finché un click costa meno di un centesimo e un CPM vale anche solo 0,10 €, esisterà qualcuno disposto a riempire il web con pagine vuote. La battaglia si vince solo se l’advertiser accetta di pagare di più per un contesto verificato. E se il lettore — noi — chiude quella tab insensata in meno di un secondo. Perché l’unico dato che davvero conta è il tempo di attenzione: se è zero, la pubblicità è solo rumore. E il rumore, prima o poi, si spegne da solo.