Sacramento vuole tagliare la prevenzione violenza: «è un suicidio sociale»

«Mi hanno sparato, accoltellato, ho fatto il carcere. Poi ho voltato pagina grazie a un programma che ora rischia di chiudere». Clifford McDowell, ex gang member di Oak Park, non usa mezzi termini: tagliare i fondi all’ufficio prevenzione violenza di Sacramento equivale a «condannare i ragazzi a morire per strada».

Il buco da 66,2 milioni nel bilancio cittadino ha spinto il dipartimento di polizia a proporre la cancellazione dell’intero capitolo: 4 milioni l’anno destinati a mediatori, tutor, educatori «che stanno tenendo a bada la criminalità più della volante», dice Mervin Brookins, direttore di Brother to Brother. Dal 2022 omicidi -22%, furti -25%, rapine -29%. Numeri che il chief of police stesso ha celebrato in conferenza stampa. Numeri che adesso non pesano nulla.

La strage di k street e la nascita di un’alleanza

La strage di k street e la nascita di un’alleanza

Il programma è nato l’11 aprile 2022, giorno dopo la sparatoria sulla K Street: sei morti, il peggiore mass shooting nella storia della città. La comunità nera e latina si è stretta intorno a 916 Community Alliance, portando nelle scuole under-served ex criminali convertiti in mentori. «In cinque anni non abbiamo avuto un solo episodio grave nel raggio di dieci isolati», racconta Prentice Wilson, responsabile dell’after-school per atleti. «Ora chiedono di sacrificare proprio ciò che ha abbassato i delitti. È come togliere l’ossigeno per risparmiare sul bolletta».

Il consiglio comunale riceverà il piano di rientro il 5 giugno. Tra le voci sul tavolo: congelamento delle assunzioni, riduzione degli spettacoli pubblici, stop alla manutenzione dei parchi. Nessuna voce, però, genera lo stesso livello di rabbia del taglio alla prevenzione. «Capisco la recessione, ma la violenza non è una voce di costo: è una voragine che inghiotte futuro e tasse», tuona Brookins. «Se chiudiamo, i ragazzi torneranno a cercare protezione nelle gang. E le statistiche li ricorderemo con nostalgia».

Intanto i mediatori continuano a girare le scuole, senza sapere se da luglio avranno ancora un contratto. «Preghiamo», dice Brookins. «Ma le preghiere non pagano gli stipendi». Il 6 giugno, dopo il voto, sapranno se le loro storie di redenzione valgono meno di 4 milioni su 66. Una cifra che, in termini di vite umane, si trasforma in un’altra: zero, quello che costa un funerale di strada.