Starmer cambia idea sui cellulari ai minori: troppo tardi per riconquistare il centro

Quando il premier britannico Keir Starmer ha promesso di «dichiarare guerra all’algoritmo» ha fatto rumore solo il flash dei fotografi. Il resto del paese, ormai, aveva già archiviato la scena.

Il governo laburista ha appena lanciato la consultazione pubblica più morbida del secolo: zero social per i under 16, un’ora massima di schermo per i bambini tra i due e i cinque anni, niente device per i neonati se non una videochiamata coi nonni. Un dépliant di buoni propositi che suona come «non date quattro patatine al vostro bambino» quando intorno ci sono Meta e Google appena condannati a Los Angeles per aver creato dipendenza da Instagram e YouTube: 6 milioni di dollari di danni, 3 milioni dei quali punitivi, a un ragazzo ventenne.

La svolta di Starmer arriva a Molly Russell morta da sei anni, dopo che l’algoritmo l’ha spinta verso contenuti sull’autolesionismo. È la fotografia di un esecutivo che corre solo quando il traguardo è già alle spalle degli altri.

Il centro ha già svoltato

Il centro ha già svoltato

Il mistero che ossessiona Downing Street non è più il «perché» della disfatta, ma il «quando» è avvenuta. I sondaggi dicono che il ceto medio – quello che non ha mai tempo per la politica ma odia il rumore – ha già virato. Non basta più aggiustare i dossier: serve un’epifania collettiva che il governo non riesce a regalare.

La strategia comunicativa è un crescendo di ritardi: prima si è detto contrario al divieto assoluto di smartphone, poi si è nascosto dietro la «responsabilità dei genitori», infine ha scoperto che le piattaforme «attirano i ragazzi in comportamenti tossici». Tre posizioni in diciotto mesi, tutte fotocopiate da un opuscolo di precauzioni scaduto nel 2014.

Il problema non è il contenuto delle linee guida – chiunque oggi eviterebbe di piazzare un iPhone in mano a un bambino di due anni – ma il tempo che serve a Westminster per metabolizzare l’evidenza. Il ritardo è diventato il marchio di fabbrica del Labour: stesso approccio sulla riapertura di Sure Start, sul sistema Send per i bisogni educativi speciali, sul costo della vita. Si annuncia, si consulta, si rimanda. Intanto l’elettore medio ha già trovato un altro appuntamento.

Ecco perché la crociata contro lo schermo non genera consenso: sembra l’ennesima puntata di una serie in cui il protagonista entra in scena quando i titoli di coda stanno già scorrendo. La percezione è di un governo che legge il presente col binocularcino del passato, e il pubblico ha imparato a riconoscere il copione.

Il risultato è un laburismo che ha perso anche i moderati, gli unici che in teoria dovrebbero perdonare tutto pur di non sentire urlare la politica. Starmer ha trasformato la prudenza in atto di autolesionismo: più cerca di non irritare nessuno, più finisce per far arrabbiare tutti. I numeri parlano chiaro: sotto il 25 per cento di intenzioni di voto, il partito più a rischio di estinzione non è più quello conservatore, ma il suo presunto successore.

La lezione è semplice. Quando il danno è già certificato dal tribunale, il consenso non lo conquisti con l’opuscolo, ma con la multa. E quando il cuore dell’elettorato è già altrove, non basta dire «ci stiamo lavorando». Servirebbe un mea culpa, un atto d’accusa, una data. Invece arrivano ancora slide e consultazioni che chiuderanno a maggio, quando i ragazzi che dovevano essere protetti oggi avranno già consumato altre mille scrollate. È così che si trasforma il centro in periferia: non con un colpo di stato, ma con una serie di mezze promesse che suonano come scuse in arrivo.