Starmer lancia l'offensiva: «un voto a reform è un colpo al portafoglio»

Keir Starmer non ha più tempo per i giri di parole. Davanti a un auditorium gremito a Dudley, nel West Midlands, ha schiacciato il piede sull’acceleratore: «Chi si illude che Reform possa tagliare le bollette è pronto a prendere una mazzata sui conti». La frase è un colpo di mano per riprendere il controllo della campagna per le amministrative del 1° maggio, quando il Labour rischia di perdere il banco a Cardiff, Edimburgo e in mezza Inghilterra.

Il conto che non torna: 27 anni di rosso in galles sul filo del rasoio

I sondaggi interni consegnati a Starmer giovedì sera sono una cartolina da brividi: Plaid Cymru e Reform sono avanti nel voto regionale galles. Traduzione: il partito che governa Cardiff da 1997 potrebbe ritrovarsi all’opposizione. «Non è solo una sconfitta, è un terremoto», sussurra un dirigente laburista mentre i ministri si stringono intorno a Lucy Powell, la vice di Starmer, per un ultimo selfie prima del comizio.

Il premier prova a invertire la rotta elencando le misure già in cassaforte: congelamento della duty su alcol e tabacco, estensione del salario minimo a 12,21 sterline l’ora, aumento pensionistico triplicato rispetto all’inflazione. Poi alza la posta: «Abbiamo messo 1,4 miliardi per abbassare le bollette energetiche. Se vince Reform, quei soldi evaporano e tornano le sirene dei gasdotti russi».

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Starmer non perde l’occasione per colpire i rivali sul piano internazionale. «Farage e Badenoch hanno applaudito gli attacchi Usa-Israele all’Iran. Noi abbiamo detto no, perché un’escalation fa volare il petrolio a 120 dollari e voi paghereste la benzina 2,10 a litro». Il riferimento è alla corsa di Reform e Tory a sostenere la linea dura, mentre il governo britannico ha frenato invocando una risoluzione Onu. «Giudizio, non slogan», tuona Starmer. «E il giudizio dice: caos globale, caos in cucina».

Il timore è concreto: l’Intelligence economic service ha calcolato che un nuovo shock petrolifio aggiungerebbe 430 sterline l’anno alla spesa media di ogni famiglia. «È l’equivalente di un mutuo in più», spiega un analista di Unicredit che ha lavorato al dossier consegnato a Downing Street. Starmer lo sa e ci marcia: «Non possiamo regalare il timone a chi non ha mai gestito una crisi».

Birmingham, i bidoni e la rabbia che esplode nei quartieri rossi

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Il fronte più caldo è però a casa, nei tradizionali feudi laburisti. A Birmingham la guerra dei rifiuti dura da ottobre: i camion della nettezza non passano da 14 settimane, i cassonetti traboccano e i tassi di ratto sono saliti del 40%. Il consiglio laburista è accusato di aver firmato un contratto con una società estera che ha triplicato i costi. «Se perdiamo Birmingham, perdiamo la faccia», ammette un organizzatore di campagna mentre distribuisce volantini in periferia.

Il Labour corre ai ripari con 7.000 eventi locali nel fine settimana e 30 visite di ministri in sette giorni. Ma nei sondaggi notturni il verde dei Grün guadagna terreno a Newham, Hackney e Lewisham. «I giovani non chiedono più promesse, vogliono case e clima», spiega una attivista di 23 anni mentre affissa un manifesto con la foto di Zack Polanski, il candidato green che punta a sgretolare il monopolio rosso nella capitale.

Il rischio è un effetto domino: se crollano i consigli di Londra, il messaggio arriva a Westminster come un boomerang. «Non è solo una amministrativa, è un referendum sul governo», dice un analista di YouGov. Starmer lo sa e chiude il comizio con una frase che suona come un ultimatum: «Il 2 maggio ci sarà da fare i conti. O con la nostra agenda o con il caos degli altri». Poi scende dal palco, infilato in un blazer blu senza stemma, e corre verso l’auto ufficiale. Il silenzio che lascia dietro è quello di chi ha appena puntato tutto su una carta: il portafoglio degli elettori.