Trump apre il varco a un petroliere russo verso cuba: 'la gente ha bisogno di sopravvivere'
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha appena ammesso di aver dato l’ok a Mosca: il petroliere russo Anatoly Kolodkin può scaricare a Cuba. Una frase, buttata lì a bordo di Air Force One, che rompe il muro di embargo più duro degli ultimi trent’anni.
«Se un paese vuole mandare petrolio a Cuba, non m’importa se è la Russia o chi altro», ha detto Trump, riferendosi al cargo sanzionato da Usa, Ue e Regno Unito. «La gente ha bisogno di climatizzazione, ha bisogno di sopravvivere.»
Il cargo fantasma che tiene in vita l’isola
Secondo i dati di MarineTraffic, il tanker — battente bandiera oscura — alle 22 di domenica era fermo a tre miglia dall’estremità orientale di Cuba, carico di 730.000 barili di gregge. Destinazione: Matanzas, arrivo previsto martedì. Una manna pari a 180.000 barili di gasolio: dieci giorni di respiro per un sistema elettrico già ridotto a brandelli.
Da mese l’isolamento imposto da Washington ha trasformato i blackout in routine. Ospedali senza generatori, acquedotti fermi, autobus parcheggiati per mancanza di carburante. Le corsie dell’Ospedale Calixto García si illuminano a intermittenza; i pazienti portano da casa le candele.
Trump lo sa. Eppure, a metà volo verso Washington, ha firmato di fatto una tregua umanitaria: «Cuba è finita, ha una cattiva dirigenza. Ma un barcone di petrolio non cambierà nulla.» Tradotto: il colpo di grazia può attendere, l’immagine del bambino che fa i compiti al lume di una lanterna no.

Mosca gioca a scacchi, trump raccoglie i cocci
La mossa smonta il mantra «massima pressione» con cui il segretario di Stato Marco Rubio ha giustificato il blocco navale. Ora il Cremlino spedisce energia, raccolte propagandistiche e qualche miliardo di rubli per ricucire la presenza perduta dopo la cadita dell’Urss. Un regalo che non costa nulla: il gregge è già stato pagato dall’Avana con oro contante, raccontano i broker di Singapore che hanno seguito la transazione.
Intanto, mentre l’Anatoly Kolodkin avanza lento tra le acque dell’Atlantico, sull’isola si moltiplicano i gruppi Telegram che insegnano a trasformare pannelli solari e batterie d’auto in sistemi domestici di backup. Dalla baia dell’Avana arrivano immagini di attivisti messicani che scaricano pannelli fotovoltaici dal catamarano Maguro. «Nuestra América» è il nome della carovana: America nostra, appunto, contro chi decide chi può accendere la luce e chi no.
La cifra è spietata: il 30% degli ospedali cubani è già in tilt. Se il carico ruso dovesse essere intercettato dalle navi da guerra Usa — operazione legalmente possibile entro 12 miglia dalla costa — il collasso sarebbe immediato. Trump, però, ha tolto il dito dal grilletto. Per una volta, la strategia del caos ha ceduto il passo alla logica del fotovoltaico e del barile che arriva lo stesso.
Solo pochi mesi fa, il presidente prometteva che l’Avana sarebbe crollata entro Natale. Ora firma il passaggio del petroliere e smentisce sé stesso, in diretta, a 10.000 metri d’altitudine. Il boia che concede un sorso d’acqua prima del patibolo: è questa la nuova grammatica del potere. Cuba, intanto, ha già acceso i motori dei vecchi camion GAZ per andare a prenderlo. Se il carburante basterà davvero dieci giorni, nessuno lo sa. Ma per dieci giorni i bambini potranno studiare con la luce accesa. E a volte, in un paese al buio da anni, dieci giorni valgono un secolo.