Trump minaccia di staccare luce e acqua all'iran: «o firmi o oscuro il paese»
«Se non firmano, spengo le luci e chiudo i rubinetti». Donald Trump ha usato Truth Social come un telecomando per minacciare l’Iran: ha promesso di ridurre in cenere centrali elettriche, pozzi petroliferi e l’isola di Kharg — dove passa quasi tutto il greggio iraniano — se Teheran non accetta entro «poco» le sue 15 richieste di pace. Un ultimatum che, secondo il diritto umanitario internazionale, è già di per sé un crimine di guerra.
I numeri del barile che fa tremare i mercati
Il Brent sfiora 117 dollari, +54% da inizio marzo: è il balzo mensile più violento dal 1990. Il Fondo monetario avverte: «Tutte le strade portano a inflazione e recessione». A Chicago i derivati scommettono su un picco a 150 dollari se gli Stati Uniti varano l’occupazione di Kharg, l’arteria del 90% delle esportazioni iraniane. È lì che il Pentagono sta studiando una «operazione di settimane», secondo fonti del Wall Street Journal: un assalto anfibio per impossessarsi del terminale e «prendere il petrolio», come ha detto lo stesso Trump al Financial Times.
Teheran non ha nemmeno aperto la mail della proposta americana. «Eccessiva, irrealistica, irrazionale», l’ha liquidata Esmail Baghaei, portavoce della diplomazia iraniana. Il parlamento ha convocato i volontari del «Janfada», la «vita sacrificata» che negli anni Ottanta mandava bambini a detonare mine con collari chiave. Stavolta tocca ai drone: colpiti impianti desalinizzatori in Kuwait e raffinerie israeliane, mentre le milizie sciite avvertono: «Aspettiamo i marines per bruciarli come torce».

L’europa che si defila e il cavo segreto di islamabad
Madrid ha chiuso il proprio spazio aereo agli aerei della coalizione. Londra ripete: «Non è la nostra guerra». Il Cairo prega: «Fermatevi, nessuno potrà più spegnere l’incendio del Golfo». Intanto Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto hanno consegnato a Trump un documento che non è un piano di pace ma una lista di posti a tavola: ognuno vuole la sua fetta di influenza su un Iran che, secondo il loro dossier, «non crollerà in meno di sei mesi».
Perché l’offensiva americana può funzionare solo se Kharg diventa un’enclave stile Guantánamo. Ma il corridoio marittimo è minato dalle mine iraniane e coperto dai radar di una batteria russa S-300 regalata a luglio, quando Mosca ha capito che il fronte sud è l’unico posto dove far saltare l’ordine globale. E mentre Trump twitta, Hezbollah sonda il confine israeliano, gli Houthi lanciano missili da Sana’a e Damasco denuncia «swarm» di drone sul deserto iracheno. Il fronte si allarga a macchia d’olio, e l’unica certezza è il prezzo del petrolio: se Kharg brucia, la benzina in Europa supererà 2,5 euro al litro prima di ferragosto.
Il conto alla rovescia è partito. Teheran non piega il capo, Washington non ha un piano B. Il mondo guarda il barile come un termometro di una febbre che, questa volta, non si spegne con una telefonata.
