Trump smonta il suo stesso blocco asilo: via il gelo per 180 paesi, 39 restano nel freezer
Washington fa retromarcia. L’assassinio di una soldatessa della Guardia Nazionale — accoltellata a novembre da un afghano già accolto come rifugiato — aveva fatto scattare il congelamento totale delle domande d’asilo fuori dai tribunali d’immigrazione. Un silenzio-stampa di quattro mesi che ha paralizzato 300 mila pratiche. Ora, due funzionari del DHS raccontano a CBS News la svolta: il gelo si scioglie per quasi tutti, tranne che per i cittadini di 39 nazioni già nell’angolo buio del travel ban ampliato a dicembre.

Il listino nera di trump: 39 bandiere ancora ferme al palo
Si parte dal cuore dell’Africa — Senegal, Somalia, Nigeria — si passa per l’Asia di Afghanistan, Iran, Laos e si chiude nel cortile caraibico di Cuba, Haiti, Venezuela. Per chi nasce lì, nulla è cambiato: asilo, permessi di lavoro, green card e persino la cittadinanza restano congelati. Il motivo? “Massimo screening” ripetono al DHS, come se la parola fosse un mantra in grado di tenere lontano il rischio.
La macchina, però, non può restare ferma per sempre. I cancelli dei servizi USCIS rischiano di implodere sotto il peso di un arretrato che, secondo i calcoli interni, potrebbe superare il mezzo milione di pratiche entro giugno. Così, la corsa a riaprire è diventata una questione di purissima sopravvivenza burocratica.
Chi ci guadagna davvero? Le aziende tech che da mesi reclutano ingegneri ucraini e indiani, ma anche i comuni di mezza Europa che aspettano ricongiungimenti familiari bloccati dal giorno dello stop. E, naturalmente, Trump, che può gridare al “passo indietro per la sicurezza” pur lasciando intatto il muro simbolico contro i 39 paesi “a rischio”.
Il dato che fotografa la nuova linea è crudo: l’80% dei richiedenti asilo tornerà a vedere movimento sulla propria pratica, ma il 20% resta appeso a un filo di discriminazione geografica. Non è un errore di calcolo: è il design politico dell’amministrazione, che preferisce accettare il rischio di ricorsi piuttosto che cedere il terreno della narrativa “tough on immigration”.
Intanto, le organizzazioni pro-immigrati preparano la controffensiva legale. “È un apartheid con passaporto” tuona Karen Tumlin, avvocata del National Immigration Law Center, già pronta a impugnare la lista dei 39 come violenza del principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione. La battaglia si giocherà nei tribunali federali di San Francisco e Boston, dove già affiorano brief che parlano di “classificazione irrazionale”.
La posta in palio, però, non è solo legale: è economica. Ogni mese di blocco costa allo Stato federale 23 milioni di dollari in spese di detenzione e assistenza per chi resta in limbo, secondo uno studio interno della Georgetown Immigration Law Journal. Soldi che, in teoria, Trump vorrebbe destinare al muro fisico con il Messico, ma che finiscono per intasare i bilanci del DHS.
La scelta di smontare parzialmente il proprio castello di ghiaccio è, dunque, un calcolo freddo di rendimento più che un cedimento umanitario. I numeri parlano chiaro: 300 mila pratiche sbloccate valgono almeno 90 milioni di dollari di tasse che tornano a fluire in termini di spese legali, quote di avvocati, servizi di traduzione. Un flusso che nessuna amministrazione, per quanto ostile, può ignorare.
Il prossimo capitolo è già scritto: entro l’estate, il DHS dovrà decidere se rinnovare o abbandonare del tutto il travel ban 2.0. La Casa Bianca, per ora, tace. Ma il silenzio è solo la pausa prima dell’ennesima stretta, perché Trump ha capito che sull’immigrazione o si pedala o si affonda. E lui non ha mai imparato a nuotare.