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Un morto e impianti a rischio: l'attacco iraniano a kuwait fa tremare l'acqua del golfo

Un colpo secco alle 3.14 ora locale. Un edificio di servizio nell'impianto di desalazione di Al-Zour, a sud di Kuwait City, è esploso sotto la pioggia di droni e missili lanciati da Teheran. È il primo impianto strategico del Paese a essere colpito da quando Washington e Gerusalemme hanno aperto le ostilità contro l'Iran un mese fa. Il bilancio: un operaio indiano morto, cinque i feriti, il 40% della produzione quotidiana d'acqua potabile del Kuwait messo fuori uso per almeno 48 ore.

La notizia è arrivata in un comunico secco del ministero dell'Elettricità: «Aggressione iraniana contro impianto strategico, danni ingenti e un lavoratore indiano deceduto». Nessuna dichiarazione ufficiale da Teheran, ma fonti militari iraniane fanno filtrare che «altri obiettivi energetici del Golfo sono già nel mirino» se gli impianti petroliferi della Repubblica islamica subiranno nuovi attacchi.

L'acqua diventa arma di pressione

Kuwait, che importa il 90% dei suoi generi alimentari e dipende per il 65% dall'acqua prodotta dalle sue tre centrali di desalazione, si è svegliato con i serbatoi di backup già al 30% della capacità. I supermercati registrano code per l'acqua imbottigliata; il prezzo delle taniche da 19 litri è raddoppiato in poche ore. «È come se qualcuno avesse tagliato l'ossigeno», racconta dal centro città Ahmad al-Rumaihi, ingegnere civile. «Senza desalazione, qui si muore di sete prima che di bombe.»

L'assalto si inserisce nella catena di ritorsioni che sta riempiendo il Golfo di fuoco. Solo la notte precedente, il ministero della Difesa kuwaitiano ha contato 14 missili balistici e 12 droni nel proprio spazio aereo. Dieci militari sono finiti in ospedale dopo l'impatto su un accampamento USA a Ali al-Salim. Nessuno ha il tempo di respirare: ogni alba porta una nuova scia di fumo all'orizzonte.

Il prezzo del petrolio sale, le borse tremano

Il prezzo del petrolio sale, le borse tremano

La tensione ha spinto il Brent a 117 dollari, il massimo da ottobre 2022. Il motivo? Tehran ha di fatto bloccato lo stretto di Hormuz, convogliando il 20% del greggio mondiale. I fondi di hedging stanno comprando futures sull'acqua come se fosse oro. «Il Golfo sta imparando che il prossimo commodity shock non sarà sul petrolio, ma sull'H2O», spiega un trader di Ginevra sotto anonimato.

Il presidente Trump ha congelato per dieci giorni la minaccia di colpire gli impianti energetici iraniani, ma la tregua appare una formalità. Dall'altro lato, la Guardia Rivoluzionale promette «falciature simultanee» a raffinerie e desalatori di tutti i Paesi che ospitano truppe statunitensi. Traduzione: Bahrain, Emirati, Arabia Saudita e Qatar sono nella lista.

Il bilancio umano della guerra supera già le 2.000 vittime tra civili e militari, tra cui l'ex guida suprema Ali Khamenei e almeno 216 bambini secondo i dati di Teheran. Ma oggi il numero che inchioda i planner del Golfo è 3,2 miliardi di litri: la quantità di acqua dolce che ogni giorno rischia di venire meno se i depuratori restano bersagli preferiti.

Per Kuwait, l'alternativa è correre ai ripari con navi cisterna provenienti da Fujairah, 900 km di rotta, o riattivare pozzi fossilizzati dal 1995. Entrambe le opzioni richiedono settimane. «In un deserto, l'acqua è la linea del fronte», conclude al-Rumaihi. E oggi quel fronte è aperto.