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Washington riapre l'ambasciata a caracas: maduro in cella, rodriguez al timone

Gli Stati Uniti tornano ufficialmente in Venezuela. L'ambasciata di Caracas riapre i battenti dopo cinque anni di chiusura, tre mesi dopo il rapimento di Nicolás Maduro e il suo trasferimento in un carcere federale di New York. Un colpo di scena geopolitico che ha trasformato il palazzo diplomatico americano in un simbolo del nuovo ordine imposto da Washington.

La bandiera a stelle e strisce torna a tremare sotto il sole della gran sabana

L'annuncio è arrivato lunedì sera dal Dipartimento di Stato: «Oggi ripartiamo formalmente le operazioni a Caracas, aprendo un nuovo capitolo della nostra presenza diplomatica in Venezuela». Un suono di tromba che maschera il retrogusto di un intervento militare senza mandato Onu e la nomina di un governo fantoccio guidato da Delcy Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro, ora presidente ad interim dopo l'operazione Delta Force che ha portato via l'ex leader bolivarico in piena notte.

L'ultimo ambasciatore Usa a Caracas se n’è andato nel 2010. Da allora la relazione tra Washington e Caracas è stata un crescendo di insulti, sanzioni e pettegolezzi d'intelligence. Nel 2018 Maduro espulse il chargé d'affaires americano; nel 2019 Trump ritirò tutto il personale, trasferendo le operazioni a Bogotà. Da lì, per anni, gli agenti dell’Fbi e la Dea hanno coordinato indagini sul narcotraffico e sulle reti di Hezbollah che serpeggiano tra Caracas, Beirut e Teheran.

Laura F. Dogu, veterana dell’intelligence e già ambasciatrice in Honduras e Nicaragua, è già in loco da settimane. Il suo compito: riportare in vita la cancelleria, rifare i collegamenti satellitari, far partire i servizi consolari e, soprattutto, stringere la mano ai nuovi soci venezuelani. «Il team di Dogu sta restaurando l'edificio per il pieno ritorno del personale e la ripresa dei servizi consolari», precisa il comunicato.

Il piano è tracciato su tre fasi: stabilizzare il governo Rodriguez, aprire la via ai capitali privati e, infine, trarre profitto dalle riserve petrolifere più grandi del pianeta. Il tutto mentre Maduro e sua moglie Cilia Flores restano rinchiusi nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, accusati di trafficare tonnellate di cocaina con le FARC e di riciclare denaro per conto dei cartelli messicani.

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Un'apertura che divide il mondo

L'operazione militare americana è stata condannata da Bruxelles, Mosca e Pechino. L'Unione Europea ha parlato di «violazione flagrante del diritto internazionale»; la Russia ha ritirato l'ambasciatore per consultazioni. Ma per Washington il conto torna: il prezzo del greggio venezuelano è ai minimi, le infrastrutture sono crollate e le big oil americane — Chevron in testa — hanno già avviato trattative esclusive per rilevare i giacimenti di Punta de Mata e del delta dell'Orinoco.

La riapertura dell'ambasciata è perciò un atto di forza, non di diplomazia. Un modo per dire: il cambio di regime è fatto, ora si ricostruisce. Il Venezuela diventa così il laboratorio più grande di una nuova dottrina strategica: rapimento del leader, nomina di un alleato locale, rientro degli investitori. Se il modello funziona, potrebbe essere replicato altrove. Il prossimo obiettivo, dicono in molti, è già sulla griglia di lancio.