Rafael escrig smaschera il calcio dimenticato: storie di campi di periferia che fanno piangere

Quando Rafael Escrig parla di Eibar gli occhi si accendono come i riflettori di un stadio di periferia. Il suo libro «El fútbol es nuestro» è un pugno allo stomaco dei bilanci milionari, 176 pagine dove il Castellón diventa un’odissea e il Jerez DFC un fenomeno pop che nessun analista di mercato ha mai cronometrato.

La promessa: niente champions, solo polvere e sudore

La promessa: niente champions, solo polvere e sudore

Geoplaneta ha lanciato il volume il 25 marzo, ma la vera data da cerchiare è quella in cui un tifoso del Unionistas leggerà il proprio nome stampato per la prima volta accanto a una pagella di valutazione. Escrig ha passato dieci anni su YouTube a raccontare il calcio che non vend diritti tv, accumulando 400.000 abbonati senza mai mostrare uno sponsor sulle maglie. Ora trasferisce quella rabbia gentile sulla carta, e il risultato è un reportage che puzza di erba tagliata a mano e di budini del bar dove si discute di arbitraggio fino a mezzanotte.

Il libro parte dai filial, scorre come un contro-report fino ai club scomparsi o sopravvissuti nelle tasche delle province, e si ferma a raccontare come Andorra e Gibraltar abbiano trasformato un territorio in un’onda curva d’identità. Non ci sono gol in rovesciata qui, ma c’è il sindaco che paga gli spogliatoi col fondo cassa del comune e l’arbitro che, dopo il fischio, resta a cena con le mogli degli allenatori perché «altrimenti il viaggio di ritorno è troppo solo».

Lo scorso anno Escrig è entrato nel team DAZN per LaLiga EA Sports e il Mondiale del Qatar, ma nessuna telecronaca gli ha mai dato la stessa soddisfazione di registrare il presidente del Eibar mentre spiega perché hanno dovuto vendere il cartellino di un attaccante per comprare i nuovi spogliatoi. «Il calcio vero è una partita di promozione con 1.200 spettatori dove la cassa del club vive o muore con la vendita delle magliette», mi ha detto in una chiacchierata off-camera, «e questa storia non la racconta nessun panel televisivo».

Il lettore arriva all’ultima pagina con i polmoni pieni di polvere di campo e la certezza che la Copa del Rey per i modesti non è un trofeo, è un atto di resistenza. Escrig non offre soluzioni, consegna solo un dossier di anime: il dirigente che porta i giocatori in macchina perché la società non ha pullman, il tifoso che tatua sul braccio la data della prima vittoria in Seconda B, l’ex calciatore che oggi è bidello nello stadio dove ha segnato il gol più importante della sua vita.

Il dato che resta impresso è un silenzio: in Spagna esistono 22 club nati prima del 1940 che ora giocano in categorie dove le telecamere arrivano solo se c’è un raro incidente. Escrig ha deciso di regalare loro una pagina di gloria prima che diventino semplicemente un’utenza negli archivi della federazione. Perché, come scrive nella chiusura, «quando un campo di periferia chiude, non muore solo una squadra: muore l’unico posto dove il paese intero si riconosce».