salute

Labour incassa il primo smacco: l’nhs non raggiungerà i target su pronto soccorso e liste d’attesa

Il governo Starmer si è appena preso un ceffone da parte del servizio sanitario che aveva promesso di «rimettere in piedi». A meno di dieci mesi dal voto, l’NHS inglese non colpirà nessuno degli obiettivi fissati per il 31 marzo su tempi di attesa in pronto soccorso, oncologia e interventi programmati. Il dato è emerso da un’analisi del Guardian sui numeri più recenti: un report che trasforma le promesse elettorali di Labour in un boomerang politico già pronto per il 2029.

Un miliardo di sterline e il 65% che non arriva

Il ministro della Sanità Wes Streeting aveva promesso che, entro la fine del prossimo parlamento, il 92% dei pazienti avrebbe ricevuto cure non urgenti entro 18 settimane. A gennaio, però, solo il 61,5% è riuscito a entrare in sala operatoria in quel lasso di tempo. La meta intermedia per il 2025-26 era il 65%; l’hanno raggiunta appena 52 trust su 150. E questo dopo che l’NHS ha riversato 120 milioni di sterline in un «elective sprint» – un affanno estremo di visite e interventi aggiuntivi – per cercare di tamponare il buco. I soldi sono volati, il buco resta.

Lo stesso copione si ripete al pronto soccorso: l’obiettivo era trattare il 78% dei pazienti entro quattro ore entro fine marzo. A febbraio si è fermati al 74,1%. Anche le ambulanze fanno acqua: per le chiamate di categoria 2 – ictus e infarti – la media nazionale è di 30 minuti e 25 secondi, oltre la soglia dei 30 minuti che il servizio si era dato come tappa intermedia. Cinque trust su undici non ce l’hanno fatta.

La rabbia dei liberaldemocratici e la certezza dei think tank

La rabbia dei liberaldemocratici e la certezza dei think tank

«Questi numeri hanno un costo umano», sbotta Helen Belcher, portavoce health dei Liberaldemocratici. «I pazienti continuano a vegetare nei corridoi mentre Labour prometteva il paradiso». Anche i think tank non le mandano a dire: Tim Gardner, della Health Foundation, parla di «impresa erculea» per centrare i target del 2029. Le proiezioni della fondazione dicono chiaramente che il 92% entro 18 settimane è un miraggio. E il governo lo sa: Streeting, nel podcast Politics Weekly, ha continuato a ripetere che «per la prima volta in 15 anni la lista d’attesa si è accorciata», ma ha omesso che il calo è partito da una base già disastrosa.

Il dettaglio più cinico? La lista per gli esami diagnostici – punto di partenza di ogni percorso – ha toccato 1,8 milioni, record post-Covid. Oltre 139 mila persone attendono più di 13 settimane una TAC o una radiografia, quando il limite dovrebbe essere sei. Magentus, l’azienda che fornisce i software agli ospedali, avverte: «Se il ritmo non cambia, supereremo i 2 milioni di richieste pendenti entro settembre 2026». Tradotto: prima di curarsi, molti dovranno aspettare di sapere nemmeno che cosa hanno.

Il vento dell’insoddisfazione sale al 74%

Il vento dell’insoddisfazione sale al 74%

Non è solo questione di numeri. L’ultimo British Social Attitudes Survey rivela che il 74% degli intervistati è «insoddisfatto» dell’NHS, un record negativo. Anche la promessa di «più appuntamenti con il medico di base» fatica a decollare: la percentuale di chi riesce a prenotare in tempi brevi è cresciuta, ma resta appesa a un misero 26% di soddisfazione generale. Tradotto: quattro cittadini su quattro ritengono che la sanità pubblica stia ancora morendo, nonostante i 26 miliardi di sterline extra messi sul piatto da Rachel Reeves.

Il governo, intanto, prova a difendersi: «I dati del Guardian sono vecchi», replica un portavoce dell’NHS. «Nelle ultime due settimane siamo a un soffio dal 65% sugli 18 settimane». Peccato che manchino appena 14 giorni alla chiusura dell’anno fiscale e che, per colmare il divario, servirebbe un miracolo statistico. L’unica certezza è la fila: 6,13 milioni di pazienti aspettano ancora un intervento, 7,25 milioni di «episodi di cura» sono in sospeso. Il prossimo anno – se la crescita dei diagnostici non si ferma – quelle file potrebbero tornare a crescere, regalando a Starmer la più amara delle ironie: ereditare una crisi, promettere la rinascita, e consegnare ai britannici la stessa, vecchia agonia.