San cristóbal, la scuola insanguinata: «dov’è il bagno?» fu l’ultima frase prima del massacro

San Cristóbal, Santa Fe – Alle 7.48 di lunedì un ragazzo di quindici anni ha infilato la canna di una browning automatica dentro lo zaino dell’uniforme, ha attraversato il corridoio dove ogni mattina giocava a pallone con gli amici e ha sparato sette volte. Un compagno di terzo anno è morto sullo sgabello di legno, altri otto portati via in ambulanza. Tutto è cominciato con una domanda che ora risuona come un campanello d’allarme: «Che, boludo, dov’è il bagno dei maschi?».

Il gesto che non tornava

Lo chiamano «Toto», lo descrivono «tranquillo, quello che disegna le Adidas sul quaderno». Frequenta la Mariano Moreno da tre anni: conosce ogni angolo, il distributore di snack rotto al primo piano, la porta del laboratorio che cigola. Per questo, quando ha chiesto indicazioni, il gruppo si è irrigidito. «Ha fatto finta di perdersi», racconta a TN uno dei testimoni. «Gli abbiamo detto: “Ma stai scherzando, è lì”, e lui è entrato nel bagno. Due minuti dopo è uscito sparando al primo che ha incrociato: il cesto della carta strappata è diventato il suo parapetto».

Il ragazzo colpito, Matías Arévalo, 16 anni, è spirato mentre i compagni cercavano di bloccare la porta con le gambe dei banchi. «Non urlava, non piangeva, sparava. Poi si è messo a correre verso il patio come se cercasse qualcun altro», aggiunge un docente ancora in stato di shock.

La famiglia dietro i numeri

La famiglia dietro i numeri

La pistola è di papà, ex guardiacaccia con un dossier per violenza domestica. Toto l’ha presa dal ripostiglio dove il padre nasconde le armi da caccia: un fucile semiautomatico, un revolver e una scatola di cartucce da 12. Gli amici lo sapevano: «Andava a caccia con il papà o col patrigno, non ricordo. Una volta disse: “Vi ammazzo tutti” e rideva. Pensavamo fosse una battuta da videogioco». Nessuno aveva segnalato nulla, nessuno aveva notato segnali di maltrattamento: «Non lo prendevamo in giro, non era il classico bullizzato. Ma a casa sua era un campo minato: la madre ha tentato il suicidio due volte, il patrigno è dipendente da paco».

La provincia di Santa Fe registra il 42 % dei omicidi di under 18 in Argentina. Lo dice l’ultimo rapporto del Ministero della Sicurezza: qui il fattore «arma da fuoco in casa» è presente nel 68 % dei casi di violenza scolastica. La cifra parla da sola.

Il caos dopo il primo colpo

Il caos dopo il primo colpo

Quando è scattato il timbro dell’ultimo campanello, gli alunni dovevano formare la fila per l’alza bandiera. Invece hanno trovato un’unica porta aperta, la più lontana dall’ingresso, e una fiumana di 400 ragazzi che si spingevano per uscire. «Sembrava la finale della Coppa: tutti urlando, i cellulari che volavano, le professoresse cercavano di contare i capi ma non riuscivano nemmeno a mettersi in fila», racconta un bidello. Sul campo da calcio adiacente sono rimasti i residui: sette bossoli, uno zaino con il logo di Naruto, un quadernetto con la scritta «Odio lunedì».

Toto è stato fermato fuori dal cancello da un agente fuori servizio che passava di lì per portare la figlia all’asilo. «Non ha opposto resistenza, sembrava svegliarsi da un sogno. Ci ha chiesto solo: “È morto?”».

Il silenzio del resto

Martedì la scuola è rimasta chiusa con un nastro bianco sul portone. I genitori hanno portato fiori e candele, ma nessuno ha voluto parlare con i giornalisti. Il preside ha convocato un’assemblea Zoom per spiegare che «gli psicologi sono a disposizione», ma le famiglie chiedono risposte concrete: «Se un ragazzo conosce la mappa del bagno e chiede ugualmente dov’è, qualcuno doveva accorgersi che qualcosa non tornava», dice la madre di una ferita. Il governo provinciale ha promesso un protocollo di revisione delle armi registrate nei nuclei familiari con minori: lo stesso che venne annunciato, mai applicato, dopo la strage di Rosario del 2022.

Intanto, nel bar di fronte alla scuola, i compagni di Toto giocano a carte e ogni tanto guardano l’ingresso. «Quando torna la normalità?» chiede uno. Nessuno risponde: la normalità, qui, è solo una parola stampata sui regolamenti che nessuno legge più.