Sette morti a hailin, nove ancora sepolti: il crollo che scuote la cina
Le ore del mattino a Hailin profumano di terriccio e cemento frantumato. Sotto i resti di un palazzo crollato nella notte ci sono ancora nove corpi vivi, forse. Sopra, scavatori e uomini sudati muovono ogni pietra come fosse l’ultima. Sette persone non hanno avuto la stessa fortuna: sono finite nell’elenco che le autorità di Heilongjiang aggiornano con la gelida puntualità di chi sa che i numeri, prima o poi, smettono di far male.
Rumore di gomito e poi il silenzio
È successo tutto in pochi secondi. Un tonfo secco, un clac che i residenti hanno scambiato per tuono d’agosto. Poi il vuoto. L’edificio – fatiscente, d’accordo, ma ancora abitato – si è piegato su sé stesso come un mazzo di carte bagnato. Due inquilini sono stati tirati fuori subito, in condizioni stabili. Gli altri sette mai. Le squadre di soccorso sono arrivate con i riflettori a led e i sensori termici, ma la pioggia notturna ha trasformato la polvere in fango, e il fango ingrassa le pale meccaniche.
Pechino, tramite Xinhua, promette «tutti i mezzi disponibili». Pechino, però, non dice quanti di quei mezzi erano stati promessi già dopo il crollo di un ospedale in Fujian quattro mesi fa. Lì morirono dieci persone. Qui, a Hailin, siamo a sette e il conto può salire. Le riprese d’elicottero mostrano un’area urbana che cresce in altezza senza crescere in sicurezza: gru ferme, ponteggi arrugginiti, calcinacci a vista. Il Nordest cinese ha fatto della fretta la propria marca d’acciaio, ma la fretta non supporta pesi.

Il prezzo del cemento economico
La provincia di Heilongjiang è la stessa dove, nel 2022, il governo centrale ha stanziato fondi straordinari per «la riqualificazione antisismica del patrimonio residenziale». Il progetto valeva 12 miliardi di yuan. Dove sono finiti? La domanda serpeggia tra i parenti dei dispersi, ma nessuno l’ha ancora formulata ad alta voce: le telecamere di Stato stanno riprendendo e la piazza è piccola. Così la rabbia si trasforma in attesa, e l’attesa è un algoritmo che consuma speranza.
Alle 11 di mattina locale la temperatura ha superato i 30 gradi. I soccorritori si alternano ogni quaranta minuti per evitare il colpo di calore. I vigili del fuoco portano mascherine chirurgiche contro la polvere, non contro il virus: da quando il Covid è finito, la Cina ha trovato altri nemici e la polvere è il primo. Tra i blindati c’è un uomo con la divisa della China Railway: ha il compito di verificare se sotto le macerie passi una linea di alta velocità. Se sì, la scavatrice dovrà rallentare. Se no, potrà scavare tutta la notte. La sua espressione è quella di chi sa che la risposta non cambierà nulla, ma serve a riempire un modulo.
Il numero che resta
Alle 14:37 l’ultimo bilancio ufficiale è sempre 7 morti, 9 dispersi. Due bambini, cinque donne, un anziano. I nomi non sono stati resi noti: in Cina la privacy inizia quando la vita finisce. I parenti attendono in un campo da tennis coperto, trasformato in centro di accoglienza. C’è un bancone di plastica con acqua minerale e biscotti Oreo confezionati in inglese. Nessuno tocca nulla. Un cartello appeso al muro recita: «La sicurezza è responsabilità di tutti». Il tempo, lì dentro, si misura in sguardi sul soffitto, non in minuti.
Quando calerà la notte, le luci a led faranno ancora brillare l’area come un set cinematografico. Ma il copione è già scritto: domani il Ministero dell’Emergency Management invierà una task force, dopodomani il premier parlerà di «lezioni da trarre». Tra una settimana Hailin sarà tornata a produrre mais e soia, dimenticando che il suo terreno ospita anche nove corpi ancora caldi. Il cemento economico, intanto, è già pronto per il prossimo piano regolatore. La fretta è un motore che non conosce reverse.