Smotrich lancia l'assalto al litani: «il fiume sarà il nostro nuovo confine di sicurezza»
Bezalel Smotrich non usa mezzi termini. Il ministro delle Finanze israeliano, leader del partito sionista religioso ultranazionalista, ha detto chiaramo ciò che molti a Beirut temevano: il fiume Litani sarà la nuova frontiera di sicurezza di Israele. Una dichiarazione che, pubblicata sui social, suona come una promessa di guerra più che una strategia militare.
«Non è solo un obiettivo militare», ha scritto Smotrich. «È una promessa ai nostri cittadini, a quelli di Kiryat Shmona, Metula, Shlomi e a tutti i villaggi del nord: questa volta tornano a casa per restarci». Le sue parole non sono un semplice messaggio di propaganda. Sono un avvertimento. E un annuncio.

Il litani diventa il mirino di tel aviv
Il fiume Litani, che scorre per 140 chilometri attraverso il Libano meridionale, è da sempre considerato una linea strategica. Ora, con l’offensiva israeliana che si intensifica, l’obiettivo dichiarato è arrivare fino alle sue rive. Un’operazione che, se portata a termine, significherebbe una nuova occupazione de facto di un territorio sovrano, 26 anni dopo il ritiro dalle “zone di sicurezza” imposte durante la guerra del 2000.
Le autorità israeliane non parlano più di “zone tampone” o di “operazioni limitate”. Parlano di confine permanente. E questo cambia tutto. Perché se l’esercito israeliano dovesse stabilizzarsi sulle ive del Litani, Beirut vedrebbe compromessa la propria sovranità su una fascia di territorio vitale per l’irrigazione e l’economia del sud del paese.
Lo scenario non è nuovo. Già nel 1982, l’invasione israeliana aveva portato a un’occupazione durata 18 anni. Ma stavolta, la retorica è più aggressiva, e il contesto regionale più instabile. Il Libano è allo stremo. L’economia è crollata. Il governo è paralizzato. E Hezbollah, pur colpito duramente, continua a lanciare missili sul nord di Israele.
Smotrich lo sa. E lo gioca. La sua battuta d’apertura non è solo un messaggio ai suoi elettori ultraortodossi. È una dichiarazione di guerra preventiva. Un modo per dire: non ci fermeremo. Nemmeno se il mondo protesterà. Nemmeno se l’ONU invierà nuove risoluzioni.
Il problema è che il fiume Litani non è un confine naturale. È una linea immaginaria che, se trasformata in frontiera militare, spalancherebbe la porta a una nuova guerra di resistenza. E a un nuovo ciclo di violenza.
Le reazioni a Beirut non si sono fatte attendere. Il governo libanese, fragile come mai, ha parlato di “pericolo di annessione”. Le miliaz sciite di Hezbollah hanno risposto con un’escalation di attacchi. E la popolazione civile, nel sud del Libano, inizia a fuggire verso Beirut. Anche se, questa volta, non c’è più dove scappare.
Israele ha già trasformato la striscia di Gaza in un cantiere di macerie. Ora, il mirino si sposta a ovest. E Smotrich, uomo di fede e di numeri, non parla più di difesa. Parla di espansione. Di permanenza. Di destino.
Il fiume Litani, con le sue acque che irrigano il sud del Libano da millenni, rischia di diventare un fossato di sangue. E la promessa di Smotrich, per i bambini di Kiryat Shmona, suona meno come sicurezza. E più come una maledizione.
