Pezzella rompe il silenzio: «il ginocchio è rotto, la testa è quella che conta»
A otto mesi dalla rottura del legamento crociato, Germán Pezzella ha smesso di fingersi eroe. Il difensore di River Plate – campione del mondo con l’Argentina a Qatar 2022 – ha ammesso che la sua vera frattura era già avvenuta dentro, molto prima che il ginocchio sinistro cedesse sotto un contrasto di routine. «La stagione prima del trauma è stata strana, oscura», ha detto a Sofía Martínez nel ciclo “Intuiciones”. Un’ammissione che sposta il discorso dal campo alla testa, e che il calcio argentino ancora non sa come gestire.
Il ritorno che non era un premio
Quando ha lasciato Betis per riabbracciare la bandiera di River, molti gli hanno urlato “bentornato campione”. Pezzella ha sorriso, ma dentro sentiva solo vuoto. «Mi dicevano: ‘Sei appena tornato da Spagna, hai vinto il Mondiale’. Io rispondevo sì, ma non riuscivo a godermi nulla». L’ex capitano viola ha raccontato di aver chiesto il trasferimento non per chiudere in gloria, ma per ricominciare da zero in un luogo che conosceva a memoria. L’ha fatto prima di Montiel, Acuña, Di María: un primato che oggi definisce «umano», non tecnico.
River lo aspettava con il mito del figlio prodigo. Lui invece trovava un ingranaggio rotto: «Conoscevo ogni angolo di Ezeiza, ma mi sentivo fuori posto. Alleno, saluto, torno a casa e non ricordo che giorno è». La frase è un colpo basso per chi crede che il ritorno al club di formazione sia sempre la favola perfetta.

La lesione come epilogo annunciato
Pezzella non scarica la colpa sul calendario asfissiante né sulla sfortuna. «Il ginocchio ha ceduto dopo un anno in cui il mio cervello era già stanco», spiega. Il legamento si è strappato il 5 agosto 2023 contro Defensa y Justicia. Lui però colloca l’origine del danno dieci mesi prima, quando cominciava a perdere «il focus sulle persone vere» e a delegare la felicità agli applausi. «Se non esci dal loop, prima o poi il corpo ti ferma».
Il centro di recupero di Ezeiza è diventato il suo osservatorio: cicli di elettrostimolazione intervallati da sedute con lo psicologo del club. «All’inizio pensavo: ‘Sono un uomo forte, perché devo parlarne?’. Poi ho capito che il muscolo più difficile da curare è quello che non si tocca».

Il tabù che sale in superclásico
Il calcio argentino vive di slogan feroci: “Se piangi, non giochi”. Pezzella ha deciso di infrangerlo a pochi giorni dal possibile rientro in aprile, proprio quando River e Boca si preparano a definire il campionato. «Lo scudetto si decide anche con la testa. Se entri in campo con l’ansia di deludere, il ginocchio torna a tremare».
Il direttore medico di River, Diego Martínez, ha ampliato il protocollo: ogni infortunato muscolare o articolare deve compilare un questionario sul tono dell’umore. Una rivoluzione copernicana in un paese dove il “noventa minuti” è ancora sinonimo di mascolinità. «Non serve trasformarsi in guru, basta ammettere che il dolore non è solo fisico».
Il conto alla rovescia di un difensore senza pelle
Pezzella oggi fa jogging sulle rive del Rio de la Plata, alternando 30 minuti di corsa a 15 di mindfulness. «Mi tolgo le cuffie, ascolto il vento e dico: ora sono qui». Il rientro è previsto tra dieci giorni contro Banfield. Nessuno garantisce che il ginocchio regga, ma lui ha già vinto la partita più difficile: «Ho imparato a bere un mate senza guardare il telefono. A volte basta questo per non rompersi più».
Il tabellone di River contrassegna l’assenza di Pezzella a 243 giorni. Lui ha smesso di contare: «I giorni non servono, servono le notti in cui dormi senza incubi». Quando entrerà in campo, il pubblico applaudirà il difensore che ha fermato Mbappé. Lui spera solo di non dover più fermare sé stesso.