Starmer trema: farage lo supera e il regno unito si prepara a un maggio esplosivo

Il primo ministro britannico Keir Starmer è salito sul palco di Wolverhampton con la camicia bianca stirata e la voce che si spezzava. Non era il solito comizio elettorale. Era un'ammissione: il 7 maggio gli inglesi andranno a votare mentre due guerre, Ucraina e Iran, scavano pozzi nelle tasche degli elettori.

Lo ha detto chiaro, senza giri di parole. «La gente guarda gli schermi, vede esplosioni, ponti crollati, e si chiede se la prossima bolletta arriverà con un altro zero». Poi ha stretto le labbra: «Non entreremo in Iran, ma difenderemo i nostri interessi». Un equilibrio da funambolo mentre il suo partito, il Labour, scivola al 19% nei sondaggi, secondo dietro il populista Reform UK di Nigel Farage al 23%.

Il sorpasso che fa rumore

La cifra è un campanello d’allarme. YouGov ha intervistato 2.042 adulti: per la prima volta il Labour non è neppure secondo, è terzo se si considera l’astensione. I Verdi volano al 18%, i conservatori restano inchiodati al 17%, i liberaldemocratici affondano al 13%. Tradotto: il partito di Starmer rischia di perdere anche il consenso dei «sindaci di periferia», quelli che nel 2022 gli consegnarono le chiavi di Downing Street.

Il motivo? Il costo della vita che non scende e la paura di una nuova stagione di rincari se il conflitto iraniano intasasse lo stretto di Hormuz. Il petrolio Brent già ieri ha toccato 92 dollari, +6% in una settimana. «Se il gas sale, il voto scende», ha sintetizzato un consigliere laburista sotto anonimato.

La trincea di wolverhampton

La trincea di wolverhampton

Starmer ha scelto il Midlands per lanciare la controffensiva: qui nel 2023 il Labour recuperò 250 consigli, adesso rischia di perderne la metà. Sul palco ha stretto la mano a sindaci musulmani, ha promesso fondi extra per le scuole e ha tirato in ballo il «patriottismo dei lavoratori». Ma fuori, in un pub a due passi, Trevor, 54 anni, ex operaio Tata Steel, ha alzato le spalle: «Mi ha deluso. Vuole mandare armi in Ucraina ma non riesce a mandare un ambulante in periferia».

Il dilemma è europeo, ma il prezzo lo pagano i laburisti. Se il conflitto mediorientale si allarga, il Regno Unito importerà meno greggio iraniano e più liquido naturalizzato dagli USA, con un surplus di costi stimato da Citigroup a 4 miliardi di sterline l’anno. Una manovra che il Tesoro non può coprire senza tagliare servizi locali, ovvero il cuore del voto di maggio.

Il farage show

Intanto Nigel Farage twittea video dal pub di Clacton: «Perché pagare le armi di Starmer quando non riempiamo i frigoriferi?». Ogni like è un elettore Labour che passa a Reform UK. Il partito populista non ha amministrazioni da difendere, può permettersi promesse bulle: zero tasse sulle piccole imprese, stop ai migranti, pace immediata. Funziona: nei distretti industriali del Galles il sondaggio YouGov segna un +7% rispetto a gennaio.

Starmer lo sa. Per questo ha chiuso il suo intervento con una frase che suonava quasi come una preghiera: «Il 7 maggio vinceremo i consigli, ma soprattutto vinceremo la paura». Poi è salito sulla Mercedes blindata, direzione Downing Street. Fuori pioveva, e nei sondaggi il Labour è già bagnato fino all’osso.

La partita si chiuderà in 37 giorni. Il premio non è solo il controllo di 107 autorità locali, ma la credibilità di un premier già alle corde. Se il petrolio supera i 100 dollari, il voto potrebbe diventare un referendum su chi è meglio preparato a tenere lontana la crisi dal portafoglio. E, per ora, Farage guida quel rebus con cinque punti di vantaggio.