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Chicago rende omaggio ai veterani: 58mila bandiere sventolano sul riverwalk

Sotto un cielo di marzo che ancora non si decide tra neve e sole, i veterani del Vietnam hanno sfilato ieri a Chicago con un silenzio che urlava più di mille parole. Erano poche dozzine, ma ogni passo sul Riverwalk pesava come un intero plotone: 58.307 nomi da portarsi dietro, il numero esatto di chi non tornò mai a casa.

La cerimonia che nessuno vuole dimenticare

Alle 11:45, con dieci minuti di ritardo sul programma ufficiale – il tempo di sistemare le sedie a chi cammina con la canna – il colonnello in congedo James “Jimmy” O’Rourke ha deposto la corona di fiori davanti al Chicago Vietnam Veterans Memorial, quel muro di granito nero inciso tra State Street e Wabash Avenue. Un gesto semplice: ginocchio a terra, mano sinistra sul cemento freddo, saluto militare. Dietro di lui, una fila di occhi lucidi e giubbotti di pelle consumata. Nessuno ha parlato di politica. Nessuno ha citato il Pentagono. Solo il nome dei morti, letto ad alta voce come una litania.

Il 29 marzo è il National Vietnam War Veterans Day, una data scelta con precisione chirurgica: il giorno del ritiro dell’ultimo plotone americano da Saigon, nel 1973. A Chicago, però, la memoria non si limita al calendario. Qui il Vietnam è ancora un buco nero che risucchia famiglie intere: agenti di borsa in pensione che si svegliano gridando, baristi di South Side che non mettono più il ghiaccio nei bicchieri perché «fa troppo rumore», mogli che conservano le medaglie in una scatola da scarpe insieme alle lettere mai spedite.

Il conto che non torna mai

Il conto che non torna mai

Lo Stato dell’Illinois ha contato 2.936 caduti. Ma ieri, tra le bandiere a stelle e strisce esposte sul memorial, ce n’erano 2.938. «Due in più», ha sussurrato Maria DeLuca, 74 anni, vedova di un marine di Bridgeport, «perché mio fratello Enrico è morto di overdose nel ’82 e nessuno lo ha mai messo nell’elenco ufficiale. Per me è un morto di guerra lo stesso». Ha tirato fuori dalla borsa una fotografia ingiallita: due ragazzi in divisa, un braccio intorno alle spalle, dietro lo sfondo indistinto di un bar di Clark Street. «Questa è la mia America», ha detto, «non quella dei discorsi dei senatori».

Il sindaco Brandon Johnson ha pronunciato un discorso durato 4 minuti e 12 secondi. Nessuno lo ha applaudito. Il pubblico – per lo più anziani, qualche nipote con le cuffie – fissava le onde del fiume Chicago, grigie come l’acciaio. Poi, senza ordine dato, i veterani hanno voltato le spalle al palco e si sono avviati verso la scalinata che porta a Wacker Drive. Uno alla volta, come se uscissero da un campo minato. Qualcuno ha acceso una sigaretta. Qualcuno ha pianto. Nessuno ha chiesto un selfie.

L’economia del ricordo

L’economia del ricordo

Il memorial costò 2,2 milioni di dollari nel 2005, spesi per gran parte da raccolte fondi private. Ieri, però, nessun sponsor ha comparso sul palco. «Non vogliono le telecamere quando piangono i vecchi», ha spiegato Tony “Tex” Romero, 69 anni, ex 82ª Airborne, oggi custode volontario del sito. Ogni mattina pulisce i graffiti con l’acetone e rimette dritte le bande americane piegate dal vento. «Il Comune mi dà 600 dollari al mese e un sacco di silenzio. Ma è un affare: qui ci vengono anche i turisti tedeschi, e i tedeschi spendono». Ha mostrato il registro delle visite: 14.300 firme nel 2023, un +7% sul 2022. «Il Vietnam vende, purché tu non faccia domande scomode».

Alle 13:00 il traffico è ripreso sul Lake Shore Drive. I veterani si sono dispersi nei bar di Wabash, ordinando birra in bicchieri di plastica. Nessun discorso, nessun hashtag. Solo il rintocco di un campanello ogni volta che la porta del bar si apre. Dentro, i jukebox suonano ancora Creedence Clearwater Revival. Fuori, il vento di Chicago continua a sbatte le 50 bande esposte sul memorial, una per ogni stato. La 58.307ª – quella del soldato rimasto senza nome – è rimasta per terra, piegata a metà. Nessuno l’ha raccolta.