Dith pran, il traduttore che salvò un reporter e raccontò il genocidio cambogiano
Il 30 marzo 2008 moriva a New Brunswick, New Jersey, Dith Pran, l’interprete cambogiano che trasformò la sua fuga dall’inferno dei Khmer Rossi in una testimonianza permanente contro omenicidio di Stato. Aveva 65 anni e un cancro al pancreas fulminante, ma il suo nome era già entrato nel lessico globale del Novecento: «killing fields» lo ha coniato lui, camminando fra 5.000 teschi sparsi nella boscaglia di Siem Reap.
Da guida turistica a prigioniero di pol pot
Nato il 27 settembre 1942 mentre il Giappone occupava l’Indocina francesa, Pran cresceva tra le rovine di Angkor Wat con l’inglese imparato a forza di dizionari e il francese delle scuole coloniali. Era il 1972 quando incontrò all’aeroporto di Phnom Penh Sydney Schanberg, corrispondente del New York Times: «Mi serviva qualcuno che sapesse parlare con i generali e con i contadini», ricordò il reporter. Cinque anni dopo, il 17 aprile 1975, quella alleanza diventò una sentenza di morte. I Khmer Rossi entravano in città, separavano gli «occidentali» dai cambogiani e Pran, pur potendo fuggire con l’ultimo aereo americano, scelse di restare per tradurre le urla dei suoi colleghi imprigionati. Dopo due ore di trattativa, fece aprire il cofano di un carro armato e liberò Schanberg e altri tre giornalisti. Poi fu cacciato dall’ambasciata di Francia perché «troppo asiatico» e consegnato al regime.

Il trucco per sopravvivere: fingersi analfabeta
Per quasi quattro anni Pran smise di esistere sui registri. Si chiamava «Comrade Tuan», non sapeva leggere, aveva guidato solo trattori. In realtà portava secchi d’acqua per 18 ore al giorno, mangiava foglie e topi, beveva sangue di bue e contava i morti gettati nelle fosse comuni. Quando tentò di rubare una manciata di riso, 12 guardie lo percossero con machete: «Mi hanno lasciato lì a dissanguarmi, ma un ufficiale mi riconobbe e mi commutò la condanna in lavoro forzato». Il 7 gennaio 1979 l’esercito vietnamita sfondò il cancello del campo: Pran camminò 160 km fino al confine thailandese con un pezzo di bamboo come bastone e una pellicola Fuji nascosta sotto la pelle, dove aveva registrato nomi e date dei compagni scomparsi.

Il pulitzer condiviso e l’oscar a un altro sopravvissuto
Ritrovato da Schanberg in un campo profughi, arrivò a San Francisco con la moglie e i quattro figli che aveva fatto evacuare nel ’75. Il Times lo assumette come fotografo, ottenne la cittadinanza americana nel 1986 e fondò il Dith Pran Holocaust Awareness Project, girando le scuole con una valigetta di ossa. Il suo nome comparve come co-autore sul Pulitzer 1976 vinto da Schanberg; nel 1984, ad Hollywood, fu Haing S. Ngor – medico fuggito anch’esso dai Khmer Rossi – a interpretarlo ne The Killing Fields, vincendo l’Oscar. «Non ho mai pianto in quattro anni di prigionia, ma quando vidi la scena in cui l’attore urla il mio nome ho dovuto lasciare la sala», confessò.
Il debito dei giornalisti con chi traduce i bomba
Oggi, 18 anni dopo la sua morte, il protocollo di protezione dei fixer – i traduttori locali che accompagnano i reporter – è ancora un foglio bianco per molte redazioni. Le sue fotografie, invece, continuano a finire nei tribunali ONU che processano i superstiti di Pol Pot. Pran ha lasciato un vocabolo nuovo al dizionario inglese e una cifra: 2 milioni di morti, il 25% della popolazione cambogiana. Quando gli chiesero se perdonava, rispose: «Il perdono è un lusso. Io ho solo raccontato».