I bunker atomici di mao tornano in vita: la cina ripete il vecchio piano di guerra
Tra le nebbie dell’Huaying, provincia di Sichuan, i cancelli arrugginiti dei vecchi stabilimenti militari cigolano ancora. Nessun soldato, solo un contadino che coltiva cavoli dentro un hangar dove una volta si assemblavano jet da combattimento. È lo stesso paesaggio che vide arrivare, nel 1964, milioni di operai mandati da Mao a costruire la «Terza Linea»: una cintura di fabbriche segrete, nascosta tra le montagne, pronta a tenere lontani americani e sovietici. Oggi, sessant’anni dopo, Xi Jinping ha riaperto quel manuale.
I numeri che fanno tremare il pentagono
Il Congresso di Washington stima che il arsenale nucleare cinese raggiungerà 1.300 testate entro il 2035, raddoppiando l’attuale parco. I satellitei mostrano nuovi silos nell’area di Yumen, a due passi dagli ex impianti della Terza Linea. Il budget militare è salito da 106 miliardi del 2012 a 317,6 nel 2024: un terzo di quello Usa, contro il 16% di dodici anni fa. Pechino non ha più bisogno di comprare: tra il 2021 e il 2025 importa il 70% in meno di armi, produce tutto in casa.
Lo scorso luglio il Politbüro ha formalmente ordinato di «rafforzare la retrovia strategica nazionale», cioè di far tornare utile la rete di cave, tunnel e acciaierie abbandonate. Covell Meyskens, storico della Naval Postgraduate School, taglia corto: «Stanno ricostruendo la capacità di second strike. Prima non potevano neppure reagire. Ora possono pareggiare gli Stati Uniti nel Pacifico occidentale».

Dai radar ai cavoli: la vita che resta
Al villaggio di Hongguang l’asfalto è sparito sotto erbacce e ortaggi. «Negli anni ’90 c’erano duemila anime, oggi siamo in dieci», dice un ex tecnico laser che ancora abita nel condominio coi muri sbriciolati. I giovani sono fuggiti verso Chongqing, lasciando nei muri pubblicità di protesi acustiche e pacchetti sconto per bare. La fabbrica di strumenti di volo, un tempo sigillata con guardie armate, oggi è un campo di colza coltivato da un anziano con il cesto di bambù.
È il paradosso cinese: il futuro nucleare nasce dove il passato è già morto. Le linee di assemblaggio dei caccia sono diventate letti di verdure; le palestre dei militari, pollaio. Ma appena 30 km più in su, nel tunnel scavato nel 1968, i tecnici tornano a installare server blindati e centrali a idrogeno. «La guerra fredda non è più un ricordo, è un cantiere», racconta Meyskens.

Il commercio non ferma i missili
Pechino e Washington scambiano ancora 575 miliardi di dollari l’anno, ma le catene di fornitura si stanno strappando. La Cina ha limitato l’esportazione di gallio e germanio, minerali vitali per i chip militari. Gli Stati Uniti vietano la vendita di litografia avanzata. Entrambi stanno ricostruendo il proprio recinto, proprio mentre promettono dialogo.
Deng Xiaoping nel 1985 disse: «Per molto tempo non ci sarà guerra di grande scala». Xi non ha ripetuto la frase. Ha solo firmato il piano quinquennale che trasforma le montagne del Sichuan in un gigantesco arsenale. Le macerie di allora servono da fondamenta per il domani.
Il contadino di Hongguang, interrogato sul ritorno dei militari, scrolla le spalle: «I cavoli non sanno nulla di atomi». Pochi chilometri più a nord, i nuovi bunker sì.