storia

Il giorno in cui londra scoprì la follia dolce dei 42 km

Alle 9 di una domenica piovosa del 1981, 7.500 persone scoprirono che il mondo intero può entrare in sei minuti di folla che passa sul traguardo di Greenwich. Inge Simonsen, norvegese, attraversò la linea bianca dopo 2 ore 11' 48''. Accanto a lui Dick Beardsley, americano, stesso tempo, stesso respiro, stesso sorriso. Solo il regolamento, cinico, consegnò al nordico la vittoria «ufficiale». Il resto fu una rivoluzione silenziosa.

La scintilla partì da un'olimpiade del 1956

Chris Brasher, oro nello steeple a Melbourne, tornò da New York con l'idea fissa: «Per un giorno la razza umana può essere una sola famiglia». Trasformò l'urlo yankee di «You can make it» nel «Good luck, Mum» britannico. Bandiere modeste, bambini con impermeabili, mariti che consegavano la tuta alla moglie: «Non esagerare, d'accordo?». Il primo cannone da 25 libre spaccò l'aria grigia sopra i elicotteri della polizia. Nessun urlo, solo un silenzio religioso mentre 7.500 scarpe scendevano verso Tower Bridge.

Le condizioni? Un bagno inglese: pioggia fitta, asfalto specchiato, pubblico sei file sotto gli ombrelli. Ma bastò che il cielo schiudesse verso l'Isle of Dogs per trasformare crampi e stitch in applausi sinceri. La tv non la passò in diretta: troppo corto, troppo lento, troppo umano. Peccato, perché il meglio arrivava dopo i primi 200 inglesi scafati. Erano i debuttanti a regalare il «New York effect»: visi verdi, passo di chi decide di non mollare davanti a un pub. La folla iniziò a urlare davvero.

Tra il primo e l

Tra il primo e l'ultimo c'è un'età e mezzo di speranza

Bob Wiseman, 78 anni, 17 nipoti, 7 pronipoti, impiegato part-time, tagliò l'arrivo dopo sei ore. «Mi hanno detto che qualcuno era ancora dietro, ma credo mi volessero buon cuore». Mai corso più di 11 km in vita sua, si era prefissato 5 ore. Camminò un chilometro ogni 15'. «La prossima volta sarò più preparato». La frase è un manifesto: la maratona non è uno sport, è un contratto con l'impossibile.

Joyce Smith, casalinga 43enne di Barnet, finì 138ª assoluta, 2h29'56'', record britannico e del Commonwealth. Duecentotrenta posizioni davanti alla seconda donna. A Tokyo, quattro mesi prima, aveva fatto 9' più lenti. A Londra, sotto la pioggia, si portò via 31'' dalla sua vecchia misura. Nessun pettorale speciale, nemmeno un cucchiaino di zucchero in tasca. Solo la scarpa bucata e il desiderio di dire: «Passo».

Il tracciato? «Troppo curve», borbettò Trevor Wright, primo britannico sul podio. Ma la gente non era lì per il tempo. Era lì per il gesto. Per vedere il corpo che vince il cervello, il cervello che perde e vince insieme. Per capire che 42 km e 195 m sono la misura esatta di una giornata lavorativa se la fai di corsa, in solitario, senza che nessuno ti paghi overtime.

Il bilancio: 7.500 iscritti, zero incidenti, un'infinità di certezi infrante. Brasher ebbe la sua famiglia per un giorno. Simonsen e Beardsley insegnarono che vincere è un punto di vista. Smith dimostrò che l'età è una variabile contabile. Wiseman spiegò che l'ultimo posto è comunque un posto che conta. Da quella domenica Londra corre ogni primavera. Ma il primo 29 marzo resta l'unico in cui il traguardo fotografò un'intera città che si scoprì capace di tifare per chi non vince, ma finisce.