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L'infermiere serial che giocava a dio: 70 morti, un odore di mandorla e una vendetta in cella

Due giorni di agonia in un letto d'ospedale, proprio come le sue vittime. Poi la fine. Donald Harvey, l'infermiere che negli anni '70 e '80 seminò morte negli ospedali dell'Ohio e del Kentucky, è stato ucciso a sprangate dal compagno di cella. Settanta omicidi confessati, metodi che variavano dall'arsenico nelle bevande allo staccare il respiratore, e un'unica costante: nessuno si era mai accorto di nulla.

Il primo omicidio in un corridoio di provincia

Il primo nome sulla sua lista è Logan Evans, 88 anni, malato di ictus. Harvey lo soffocò con un cuscino nel Marymount Hospital di London, Kentucky. Era il 1970, aveva appena compiuto 18 anni e lavorava come inserviente. Nessuno chiese spiegazioni: il reparto era sovraffollato, i medici di turno firmavano i certificati di morte senza battere ciglio. Lui, timido e abusato da bambino, scoprì di poter decidere chi vive e chi muore. Così continuò.

Negli anni successivi cambiò ospedale, ma non abitudini. A Cincinnati, nel Veterans Medical Center, firmò anche il referto di autopsia: nessuno controllava. Il suo «bacio della morte» era un cocktail di cianuro, arsenico e raticida sciolto in tè zuccherato. Se il paziente era troppo giovane per far passare la morte come «naturale», bastava un po' d'aria nelle vene o un respiratore staccato per sbaglio. I colleghi lo soprannominarono «angelo della morte» per la sfortuna che portava in corsia. Non sapevano quanto ci azzeccassero.

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L'odore di mandorla che ha fatto crollare il castello

Il 7 marzo 1987 John Powell, 44 anni, entra in coma dopo un incidente in moto. Harvey lo avvelena con cianuro. Il medico legale sente l'aroma tipico di mandorla amara, ordina gli esami tossicologici e il veleno salta fuori. Per la prima volta qualcuno insospettisce l'infermiere. Il detector di menzogre? Si offre volontario, poi non si presenta. Arrestato il giorno dopo, confessa 70 omicidi. Per evitare la sedia elettrica patteggia: 34 omicidi, tre ergastoli in Ohio più altri 20 anni in Kentucky. Inizia il calvario carcerario.

Per trent'anni nessuno lo tocca. Poi arriva James Elliott, detenuto che conosce i parenti di alcune vittime. Sente Harvey vantarsi ancora di «far uscire la gente dalla sofferenza» e scatta la vendetta. Lo riduce a un pulp il 28 marzo 2017; muove i primi colpi «al terzo o quarto» pugno, dice in tribunale, poi continua finché l'uomo non smette di respirare. Condannato a 25 anni all'ergastolo, il giudice Myron Duhart gli ricorda: «Per quanto malvagia sia una persona, non le dà il diritto di fare da giudice, giuria e boia.»

Harvey aveva davvero creduto di essere Dio. In un'intervista del 1987 lo ammette: «So che pensano che ho giocato a fare il Signore, e l'ho fatto.» La sua «pietà» era solo un alibi: molte vittime non erano terminali, alcuni stavano meglio. Torturò un uomo infilandogli una gruccia nel catetere, somministrò sangue infetto ad altri. Nessuno lo fermò per quasi vent'anni. Il sistema sanitario, troppo carico di pazienti e troppo poco di controlli, consegnò a un solo operaesco il potere di vita e di morte. Una falla enorme, tappata solo da un odore di mandorla.