Mary rand muore a 86 anni: la saltatrice che conquistò tokyo e mise l’inghilterra in ascolto
Mary Rand non è mai stata solo una medaglia d’oro. Era un tuono in calzoncini bianchi, un’esplosione di 6,76 metri che il 14 ottobre 1964 fece volare l’inghilterra per la prima volta sul gradino più alto dell’atletica femminile. A Tokyo, sotto la pioggia e controvento, batté il record del mondo nel salto in lungo, aggiunse argento nel pentathlon e bronzo nella staffetta 4×100. Tre medaglie in un’Olimpiade: nessun britannico lo aveva mai fatto. È morta lo scorso 27 marzo a Reno, Nevada, lasciando un vuoto che nessuna statistica può colmare.
La ragazza del cinder che sfidò il fango
È difficile spiegare a chi corre su tartan cosa volesse dire saltare su una pista di cenere. Rand ci si allenava dopo il turno alle poste della Guinness, con la divisa ancora odorante di birra scura. «Un mezzo boccale gratis a pranzo, era il mio premio», raccontò a un giornalista negli anni Duemila. Nata nel 1940 a Wells, Somerset, figlia di un lavacamini e di un’infermiera, ottenne la borsa di studio a Millfield solo perché qualcuno notò la sua velocità tra i filari di mele. A 17 anni deteneva già il record britannico di pentathlon. A 24, dopo il fiasco di Roma 1960, fu marchiata come “bella ma poco affidabile”. Allora si chiuse in una camera con tre compagne di stanza – tra cui Ann Packer, futura oriunda dell’800 – e studiò il salto come fosse un teorema.
Il risultato fu quella giornata di Tokyo in cui la telecamera la cercava anche quando era ferma: capelli biondi sciolti, sorriso da copertina. I tabloid la chiamarono “Marilyn Monroe con le chiodate”. Mick Jagger, intervistato da Melody Maker, dichiarò: «La vorrei portare a cena, ma non so saltare così lontano». Il premio BBC Sports Personality of the Year 1964 fu una formalità. L’investitura da parte della Regina arrivò l’anno dopo, con l’MBE che però non le pagò l’affitto.

L’amateur che avrebbe fatto la fortuna di oggi
La Rand viveva ancora nell’era dell’amatoriale. Niente sponsor, niente cachet, solo la tessera della Women’s Amateur Athletic Association. Dopo Tokyo vinse altri sei titoli nazionali nel lungo, due nell’alto, due negli ostacoli, due nel pentathlon e l’oro ai Giochi del Commonwealth del 1966. Poi l’Achille cedette, l’altura di Città del Messico nel 1968 le sfuggì, il record cadde sotto i piedi della rumena Viscopoleanu. Lei era già in California, sposata con Bill Toomey, decathleta americano, madre di tre figlie, lontana dagli stadi ma non dal ricordo.
Negli Stati Uniti ha trascorso la seconda metà della vita, ultimo marito John Reese morto nel 2019, casa tra le montagne del Nevada. Tornò in inghilterra solo nel 2012, quando Londra le consegnò le chiavi della città di Wells. La folla la acclamò come se fosse ancora su quella pista di cenere. Nessuna multinazionale le aveva mai offerto un contratto, ma il sorriso non le si era mai ridotto.
Mary Denise Rand se n’è andata a 86 anni, lasciando tre figlie e un’eredità che non si misura in centimetri. È il metro e mezzo di rincorsa che tutte le ragazzine britanniche ancora provano a emulare, il vento contro cui si allena chiunque voglia volare. La sua storia non è solo un record: è la dimostrazione che anche da una casa popolare di provincia si può arrivare a saltare oltre il mondo.