Una ragazza con la maglietta nirvana spara alla madre: il video che inchioda carly
Alle 16:14:26 del 19 marzo 2024 la telecamera da cucina riprende Carly Gregg mentre torna in scena con i polsi dietro la schiena. Sedici secondi prima era solo una studentessa di 14 anni in maglietta blu con la scritta gialla Nirvana. Sedici secondi dopo è una killer che ha già scaricato il primo colpo di Magnum Taurus .357 nella faccia della madre, Ashley Smylie, insegnante di matematica a Brandon, Mississippi. I cani – due golden retriever – si muovono ancora con la coda tra le gambe, ma l’aria è già cambiata: puzza di polvere da sparo e di WhatsApp che scorre sullo schermo del telefono della vittima.
La calma dopo il primo proiettile
Carly si siede sullo sgabello nero, schiaccia i tasti con la stessa nonchalance con cui qualcuno ordina una pizza. Scrive a Heath Smylie – il padrastro – fingendo di essere la moglie: «Quando torni a casa, amore?». Heath è ancora in clinica, ignaro che sotto il materasso della sua camera da letto la pistola non c’è più. Poi la ragazza invita l’amica B.W. con un «vieni subito, non posso spiegarti». L’amica arriverà e si troverà davanti il corpo di Ashley coperto da un asciugamano rosso sangue, braccia conserte sul petto. Carly la guarderà negli occhi e chiederà: «Hai mai visto un morto?».
Alle 17:03 Heath entra, disattiva l’allarme e riceve il secondo regalo della sera: un proiettile che gli frantuma la spalla. Lotta, gli strappa la pistola, e solo allora capisce che la «bambina» che ha cresciuto come figlia ha già finito di scrivere il primo capitolo di una strage e stava per iniziare il secondo. Chiama il 911 con la voce rotta: «Mia figlia ha ucciso sua madre».

Il video che non perdona
Il filmato da 77 secondi diventa l’arma più letale dell’accusa. Mostra il passo felpato, la schiena dritta, l’assenza di fretta: nessun tic, nessuna smorfia. Il pubblico ministero John «Bubba» Bramlett lo definisce «il biglietto da visita della malvagità in versione adolescente». I periti della difesa provano a parlare di borderline e esplosione psicotica, ma il giurado ci mette due giorni per archiviare la tesi e consegnare ergastolo più 10 anni senza possibilità di libertà condizionale. Carly oggi ha 15 anni e si trova nel braccio minorile del Central Mississippi Correctional Facility. Se la giustizia non farà marcia indietro, uscirà a 75 anni, se uscirà.

La famiglia divisa come un proiettile esploso
Heath Smylie, ancora convalescente, ha impugnato l’ordine di non comunicazione e continua a scrivere alla «figlia». Ha creato il gruppo Carly’s Warriors per raccogliere fondi e pagare gli avvocati che cercano di ottenere un nuovo processo. Sostiene che Ashley, se fosse viva, chiederebbe la cura, non la cella. Dall’altra parte della barricata ci sono i genitori di Ashley, che non vogliono nemmeno sentire pronunciare il nome della nipote: «È una minaccia permanente» dicono. Il padre biologico, Kevin Gregg, dopo un anno e mezzo di silenzio stampa, è comparso al processo solo per dire che si vergogna e che spera che la ragazza «pianga davvero».
La parola Nirvana sulla maglietta è diventata un dettaglio ossessivo per i cronisti. In sanscrito significa «estinzione del dolore», ma nessuno spiega come si passi dall’ideale buddista all’esplosione di tre colpi in cucina. Forse la risposta è più semplice: quando l’accesso all’arma è sotto il materasso e il controllo dei genitori si riduce a una telecamera in cornice d’alluminio, l’unico «nirvana» a portata di mano è il click del grilletto. Per Carly quella liberazione è durata meno di un minuto. Poi è arrivata l’ora della cena, ma la madre non aveva più un volto da cui partire.