Ucraina, la corsa ai droni-sciame che decide la guerra

L’80% delle perdite sul fronte ucraino arriva da un ronzio sottile, quasi innocuo, che dura il tempo di un respiro. È il suono di un drone in picchiata. Da Kiev a Donetsk si combatte già nella terza dimensione di una guerra che non è più di trincee, ma di algoritmi.

Holly Williams di CBS ha passato settimane nei laboratori segreti dove ingegneri ucraini aggiornano ogni quindici giorni il firmware dei loro quadricotteri per non farsi beffare dai sistemi di contro-misura russi. «È un giomo del gatto e del topo, solo che il gatto vola e il topo si chiama jammer», racconta Vitali Kolesnichenko, fondatore di Airlogix, mentre mostra un FPV — first-person-view — capace di portare due chili di esplosivo a 140 km/h.

Lo sciame è l’arma che ancora non c’è

Lo sciame è l’arma che ancora non c’è

Il salto qualitativo, lo sanno tutti, si chiama swarm: decine di droni che si coordinano da soli, guidati da un unico operatore. Il capitano Ronan Sefton, incaricato alla Ukraine Lessons Learned Task Force, lo descrive come «un’unica mente distribuita». Tradotto: un soldato lancia una nube di 50 minidroni, decide il bersaglio, poi lascia che l’intelligenza artificiale completi la caccia. Il tempo di reazione umano? Zero.

Lo spauracchio è reale. Due ex marine americani, Lenore Karafa e William McNulty, oggi investitori in start-up militari ucraine, ammettono di aver già visto prototipi «che decidono da soli chi vive e chi muore». Il loro incubo: un missile che sorvola Kiev, apre la pancia e libera una schiera di micro-FPV programmati per colpire «qualsiasi cosa si muova». Noi umani fuori dal loop. Solo codice.

Oleksandr Kamyshin, ex capo delle ferrovie ucraine e oggi zar dei droni per volere di Zelensky, assicura che Kiev rispetta le linee guida europee: «Il dito sul grilletto resta umano». Ma quando gli chiedono se fra cinque anni quel dito potrà essere un algoritmo, la sua risposta è un sospeso: «Non lo so».

La corsa è aperta. Mosca e Kiev stanno testando sciame su sciame nella steppa di Zaporizhzhia, ma nessuno ha ancora schierato la versione definitiva. Il primo che ci riesce — secondo Kamyshin — «vince la guerra».

Intanto, nel kill zone di 10 km tra le due linee, i soldati imparano a dormire con le orecchie tese al ronzio. Perché il drone non è più un supporto: è il vero artigliere del XXI secolo. E il suo proiettile ha gli occhi di una telecamera.