Teherán al borde del precipizio: adolescenti armati pattugliano le strade

Il silenzio di Teherán è stato rotto da un’inquietante normalità: pattuglie di adolescenti, fucili d’assalto in pugno, che controllano i passanti. Mentre l’eco del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele continua a riverberarsi, il regime di Teherán sembra aver risposto con una strategia di repressione che lascia sgomenti e solleva serie preoccupazioni per i diritti umani.

La guerra dei nervi e l'escalation della sorveglianza

Le immagini che giungono dalla capitale iraniana sono sconcertanti. Testimonianze dirette raccontano di controlli improvvisi, di un’intrusione inaccettabile nella vita privata dei cittadini. Una donna, che ha preferito rimanere anonima, ha descritto l’esperienza traumatica di essere fermata da due ragazzi di tredici o quattordici anni, che hanno frugato nel suo telefono, visionando persino le sue fotografie. Un gesto di arroganza e intimidazione che rivela la crescente paranoia del regime.

La giustificazione ufficiale è quella di garantire la sicurezza nazionale, ma la realtà è ben diversa. L’intensificazione della repressione è una chiara dimostrazione della fragilità del potere e della volontà di soffocare qualsiasi dissenso. La proibizione dell'uso di connessioni internet internazionali, già severa, è ora affiancata da accuse di spionaggio per chiunque tenti di comunicare con l'esterno.

Il ritorno dei basij: bambini soldato nell

Il ritorno dei basij: bambini soldato nell'iran contemporaneo

Un dettaglio agghiacciante: l'età minima per entrare nel Basij, la temuta milizia paramilitare, è stata abbassata a soli dodici anni. Rahim Nadali, un portavoce della Guardia Rivoluzionaria, ha annunciato la decisione con una fredda formalità, come se arruolare bambini soldato fosse una pratica accettabile. Il Basij, nato nel 1979, è tristemente noto per il suo ruolo nella violenta repressione delle proteste antigovernative e il suo coinvolgimento nella guerra tra Iran e Iraq negli anni '80.

L'uso di veicoli con altoparlanti, sventolanti bandiere e urlando slogan, è un altro elemento di questa campagna di intimidazione. Secondo Hamidreza Azizi, esperto di Iran presso l'Istituto tedesco per gli Affari internazionali e di sicurezza, l'obiettivo è semplice: “evitare qualsiasi chiamata dell'opposizione affinché la gente esca nelle strade”. La mancanza di legittimità del regime lo spinge a fare affidamento su una minoranza di elementi di linea dura, capaci di sostenere il potere in tempi di crisi.

Human Rights Watch ha denunciato il reclutamento di bambini con finalità militari come un “crimine di guerra” quando i minori hanno meno di 15 anni. La decisione delle autorità iraniane di mettere a repentaglio la vita dei bambini in cambio di manodopera aggiuntiva è un atto di disperazione e di irresponsabilità.

Mentre il presidente del Parlamento, Mohamad Baqer Qalibaf, incita a “non abbandonare le strade”, la popolazione di Teherán vive nella paura e sotto costante sorveglianza. Il futuro dell'Iran è appeso a un filo, e il prezzo da pagare potrebbe essere la perdita della sua stessa anima. La cifra parla chiara: un Paese che arruola bambini soldato non ha futuro.