Tokyo vola giù: -2% all'aperta dopo la minaccia di trump all'iran

Apriscudisci di fuoco a Tokyo: il Nikkei apre con un -2,23%, bruciando oltre 1.150 punti in trenta minuti. Il motivo? Una sola parola, pronunciata da Washington: «distruggeremo» le infrastrutture energetiche iraniane se Teheran non firma l'accordo per chiudere la guerra mediorientale. Basta questo a far scattare la valigetta di alluminio dei trader giapponesi: vendere, e vendere subito.

Il contagio parte dai semiconduttori

Il contagio parte dai semiconduttori

Il Topix perde l'1,49% ma il vero sangue scorre nelle chip: Advantest, Tokyo Electron e Disco cedono intorno al 5%. Toyota e Honda scivolano sull'1,5%, SoftBank perde quasi il 4,5%. È la classica fuga dal rischio che si innesca quando il petrolio torna a essere arma geopolitica. Lo scenario è semplice: se lo stretto di Hormuz si chiude, il costo dell'energia per le fabbriche nipponiche esplode e i margini delle aziende evaporano.

Il Mitsubishi UFJ, la banca più grossa del Paese, segna -1,5%. I numeri sembrano piccoli, ma sul valore di mercato equivalgono a miliardi di yen spariti in meno di un'ora. E il calo arriva dopo un -2,79% già messo a segno ieri: in due sedute il Nikkei ha bruciato oltre 3.300 punti, cancellando il rimbalzo di metà marzo.

Tokino non ha colpe: il problema è a 8.000 km di distanza, nel Golfo. Ma quando la Casa Bianca gioca a poker con i pozzi di Teheran, le Borse asiatice pagano subito il conto. La lezione è vecchia, mai superata: il Giappone importa il 90% del petrolio che consuma e buona parte passa proprio da quegli stretti che Trump minaccia di far saltare.

Ora il fronte è chiaro. Se nei prossimi giorni non arriva un segnale di distensione, il Nikkei può tornare a testare i 49.000 punti, area non vista da ottobre. E i risparmiatori giapponesi, da sempre allergici al rischio geopolitico, ricominceranno a comprare yen e oro, deprimendo ulteriormente il listino. Il rischio è reale, la fretta è oggi.