Trump prepara la presa di ormuz: «sta già succedendo»

«Sì. Sta già succedendo. Certo». Donald Trump non lascia spazio ai dubbi: gli Stati Uniti stanno per strappare all’Iran il controllo dello stretto di Hormuz, il corridoio d’acqua dove ogni giorno scorre un terzo del petrolio mondiale. Lo dice in diretta a Channel 14, la tv israeliana che lo chiama per una intervista telefonica domenicale, e lo dice con la voce di chi ha già firmato l’ordine.

La mossa che rimette in gioco il medio oriente

Non è solo una dichiarazione. È un segnale d’allarme per Teheran, per Riyadh, per Pechino. Ormuz è la valvola di sfogo del golfo: chi la tappa soffoca l’economia globale. Trump lo sa e, soprattutto, sa che il tempo delle mezze misure è finito. «I paesi devono partecipare alla campagna», insiste, come se stesse distribuendo compiti a una classe di alleati troppo lenti. Vuole una coalizione, ma la guida resta americana. E se qualcuno esita, il prezzo lo pagherà sul prezzo della benzina.

La Casa Bianca non ha fornito dettagli operativi: nessuna data, nessuna mappa, nessun numero di navi. Ma basta guardare i movimenti degli ultimi giorni: portaerei Abraham Lincoln ancora in zona, caccia F-22 schierati in Qatar, droni Global Hawk che fanno ricognizione notturna. Il Pentagono nega, ma i transponder non mentono. E Trump, in fondo, conferma solo ciò che i satelliti già mostravano.

L’iran «implora» un accordo, secondo trump

L’iran «implora» un accordo, secondo trump

«Stanno pregando. Chiunque venga distrutto vuole un accordo, no?». La frase suona come un’offerta che non si può rifiutare, ma con il volto di chi ha già vinto. Trump dipinge un Iran in ginocchio, strangolato da sanzioni e da una inflazione che supera il 40%. Un ritratto che a Teheran contestano subito: «Siamo ancora in piedi e non cederemo», replica il ministero degli Esteri. Ma le importazioni crollano, il rial è carta straccia e gli scafi iraniani rimangono ormeggiati per mancanza di assicurazioni. Il cerchio si stringe.

Intanto, a Gerusalemme, Benjamin Netanyahu sorride. «Non può esistere coordinamento migliore», dice Trump, rivolgendosi a un elettorato israeliano che lo adora. E aggiunge la ciliegina: «Un sondaggio di stamattina mi dà al 99%». Nessuna fonte, nessun istituto, solo un numero che suona da encore televisivo. Ma chi se lo prende ancora per il vero, a questo punto?

La partita si sposta ora su due tavoli: uno militare, dove una mina nel golfo può trasformarsi in incendio globale, e uno diplomatico, dove Europa e Cina cercano di tenere vivo l’accordo sul nucleare. Trump ha già calcolato che il petrolio a 100 dollari fa meno paura all’elettore americano di un Iran con l’atomica. E se il prezzo sale, la colpa sarà di Teheran. È un azzardo, ma è anche la sua invenzione: il commercio come arma, la guerra senza eserciti.

Lo stretto resta aperto, per ora. Le navi passano, i radar tracciano, i mercati respirano. Ma il tempo di Trump è quello dello show: annuncia, minaccia, poi magari indietreggia. Solo che questa volta il palcoscenico è un mare stretto come una gola e il pubblico è tutto il pianeta. Se davvero ordinerà la presa di Ormuz, il primo boato lo sentirà a Wall Street, il secondo a Teheran, il terzo in ogni autogrill d’Europa. E non sarà un applauso.