Trump punta al petrolio iraniano: «prenderemo kharg, è un gioco da ragazzi»

«Quello che più mi piacerebbe è prendere il petrolio dell’Iran». Con questa frase, Donald Trump ha spalancato la porta a un’operazione militare diretta contro l’isola di Kharg, la chiave di volta delle esportazioni di greggio teheranesi. Lo ha detto a Miami, davanti a una platea di exiliati venezuelani, parlando come un tycoon che valuta un’acquisizione, non un presidente in carica.

La metafora è chiara: Kharg è il «terminal» che conta. Uno sguardo sul satellite mostra serbatoi bianchi allineati come pedine sulla scacchiera del Golfo. Trump li vuole. «Non credo che abbiano difese. Potremmo prenderla con facilità», ha aggiunto, sottolineando che l’esempio da seguire è il Venezuela, dove Washington controlla i pozzi dopo l’arresto di Maduro. Il paragone è brutale: si occupa, si estrae, si vende.

Il prezzo che sale e il pentagono che affila i plotoni

Mentre lui parlava, il Brent ha toccato 116 dollari, +50% in un mese. I mercati odiano l’incertezza, ma adorano chi la sa usare come leva. Il Pentagono ha già spedito 3.500 soldati, 2.200 dei quali marines, con la 82ª Aerotrasportata in arrivo. In totale, 10.000 uomini pronti a blindare pozzi, piattaforme e, se serve, a trasformare Kharg in un avamposto a stelle e strisce.

Il rischio? «Ci sarebbero perdite», ha ammesso Trump, «ma è un prezzo che potremmo pagare». La frase è un eco lontano dei «pochi giorni» promessi per Baghdad nel 2003. Stavolta, però, il teatro è più ampio. Un missile houthi è già atterrato in Arabia Saudita, ferendo 12 americani e fracassando un drone da 270 milioni. Un altro, partito dallo Yemen, ha sfiorato Israele. Ogni botta alza il prezzo del barile e sposta l’attenzione dal fronte ucraino a quello persiano.

Il doppio binario: bombe e trattativa

Il doppio binario: bombe e trattativa

Il 6 aprile è il giorno X. Trump l’ha detto chiaro: «O firmano o bombardiamo». Intanto, però, ha aperto un canale indiretto con Teheran tramite Islamabad. I petrolieri pakistani già attraversano l’Ormuz: dieci ieri, venti oggi. «Ci hanno dato 20 navi», ha spiegato, come chi conta le carte a poker. Il tutto mentre, dietro le quinte, il numero dei bersagli da colpire resta impressionante: 3.000 ancora da affondare, dopo 11.000 raid nel primo mese.

Il volto iraniano cambia in fretta. Khamenei è morto, Mojtaba – il figlio prediletto – pare scomparso nel nulla, e il nuovo gruppo al potere, secondo Trump, è «professionale». Traduzione: è disposto a trattare. Ma il tycoon non vuole solo la firma, vuole il petrolio. E se la firma non arriva, ha già pronta la scusa: «Ci restano un paio di migliaia di obiettivi». Non è una minaccia, è un business plan.