Trump riapre l’ambasciata a caracas: il piano segreto per rianimare il venezuela
Caracas sveglia con una bandiera americana che sventola di nuovo sull’Avenida Francisco de Miranda. Dopo sei anni di gelo, l’ambasciata degli Stati Uniti ha riaperto ufficialmente i battenti. L’annuncio è arrivato in un video di Laura Dogu, incaricata d’affari, mentre camminava tra le stanze ancora impolverate: «Oggi ricominciamo a scrivere la storia di questa relazione».

Il piano in tre mosse che trump non ha mai abbandonato
Dietro il sorriso diplomatico, c’è un piano preciso: collegare imprenditori venezolani e statunitensi, parlare con tutti i settori politici – compresi quelli che fino a ieri erano paria – e, soprattutto, ricostruire una rete di intelligence sul campo. Dogu non lo dice apertamente, ma lo lascia intendere: «Anche il consolato tornerà, ma prima dobbiamo assicurarci che ogni parete non nasconda microfoni».
Il timing è perfetto. Il 3 gennaio i marines catturano Nicolás Maduro in un’operazione lampo. Tre mesi dopo, Delcy Rodríguez – presidente ad interim – firma il ripristino delle relazioni. Una settimana fa, a Washington, Felix Plasencia riceve le chiavi dell’edificio venezolano su Massachusetts Avenue, chiuso dal 2019. Oggi, l’ambasciata Usa restituisce il favore. È un gioco di specchi che ha sorpreso perfetto i policy maker di Bruxelles.
Il primo effetto immediato: i tecnici americani già lavorano a un sistema di pagamento parallelo per esportare petrolio venezolano senza passare dalle sanzioni europee. La cifra gira in banca a Curaçao: 400 milioni di dollari di anticipo perPdVSA, con pagamento in dirham marocchini. Nessuno ha mai ammesso l’accordo, ma i movimenti Swift non mentono.
Intanto, a Caracas, i giovani dell’opposizione dividono la strada. Chi celebra la riapertura come un’opportunità di lavoro. Chi grida al tradimento: «Trump ha tradotto Maduro in un prigioniero politico, ora tratta con il suo vice». La frase corre sui gruppi WhatsApp di Los Palos Grandes, il quartiere dove le famiglie di dirigenti chavisti hanno comprato appartamenti a Miami.
Il vero colpo di scena potrebbe arrivare entro l’estate. Fonti diplomatiche confermano che il Dipartimento di Stato valuta di revocare la caccia a 15 generali venezolani accusati di narcotraffico, a patto che forniscano informazioni su Hezbollah che, secondo l’Fbi, ha usato il Venezuela come porta d’ingresso latinoamericana. È la moneta di scambio più preziosa: libertà contro intelligence.
Alla fine della giornata, Laura Dogu chiude la porta dell’ambasciata con un lucchetto nuovo. Dentro, restano solo pochi scatoloni e l’odore di vernice fresca. Fuori, un venditore di arepas guarda la bandiera a stelle e strisce: «Con l’ambasciada vuelve el dólar, mi amor». Non ha tutti i torti: il bolívar ha già guadagnato il 12% sul mercato parallelo. È il primo segnale che, per una volta, l’esodo potrebbe invertirsi.
