Trump vuole l'isola che tiene in piedi l'economia iraniana: kharg nel mirino
Il presidente Usa apre al sequestro dell'isola di Kharg, terminale che filtra l'80% del greggio iraniano. Il Brent vola sopra 116 dollari, il rialzo mensile supera il 50%. Il prezzo di un barile sale ogni volta che Trump apre bocca.
Perché kharg vale più di un intero esercito
Kharg è un lembo di roccia calcarea nel Golfo Persico, largo 30 km, alto 17. Dentro ci sono serbatoi, boe, pompaggi, radar. Senza quella piattaforma il petrolio iraniano resta sotto il deserto. Il Financial Times ha mappato le infrastrutture: oleodotti da 650 km, capacità di stoccaggio di 22 milioni di barili, capacità di esportazione di 250mila barili al giorno. Una rete nervosa dell'intera economia di Teheran.
Trump lo sa. «Forse la prendiamo, forse no. Abbiamo molte opzioni», ha detto al quotidiano britannico, come se stesse scegliendo un dessert. Alle spalle, 10.000 soldati già schierati, 3.500 arrivati in settimana, 2.200 Marines a bordo dell'USS Bataan. Il presidente scommette che il presidente ad interim iraniano, se davvero è morto Khamenei, non reagirà. «Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo prenderla facilmente», ha aggiunto.

Il prezzo che l'europa paga ogni mattina
Il lunedì asiatico il Brent ha toccato 116,4 dollari, livello che non si vedeva dall'inizio delle ostilità. Il WTI ha sfondato quota 110. Ogni razzo americano sparato contro un deposito saudita aggiunge due dollari al barile. Ogni minaccia a Kharg aggiunge altri tre. I raffineri europei stanno comprando greggio a 100-102, poi lo vendono a 108-110. La differenza finisce nei margini, poi nelle tasche dei consumatori.
Parigi e Berlino temono che l'embargo europeo sul petrolio russo si trasformi in un boomerang energetico. Se Kharg cade, l'offerta iraniana si riduce di un terzo. L'Arabia Saudita non può compensare: i suoi impianti di Abqaiq sono ancora in riparazione dopo gli attacchi di febbraio. Il greggio di shale statunitense è bloccato dai crediti bancari stretti. Risultato: la benzina in Italia potrebbe superare i 2,2 euro al litro entro Pasqua.

La trattativa che nessuno vuole far sapere
Sotto il tavolo, però, circolano messaggi. Islamabad fa da postino. Un emissario pakistano ha consegnato a Washington una bozza di cessate il fuoco: Teheran smette di lanciare missili verso Israele, Washington blocca le operazioni contro Kharg. Trump ha fissato il 6 aprile come deadline. Dopo, ha avvertito, «colpiremo solo le infrastrutture energetiche, non le città». Un eufemismo per dire: trasformeremo l'Iran in un paese senza elettricità.
Intanto, 20 petrolieri battenti bandiera pachistana hanno attraversato lo stretto di Hormuz senza essere ispezionati. Trump sostiene che Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, abbia firmato il passaggio. Il Financial Times non ha potuto verificare. Ma la notizia, vera o falsa, ha già fatto scendare il Brent di 1,8 dollari in due ore. I mercati scommettono che la guerra finirà in un patto di carta, non in una battaglia di navi.
Il conto che washington non mostra
L'operazione Kharg costerebbe tra i 12 e i 15 miliardi di dollari, stima il Center for Strategic and Budgetary Assessments. Un mese di occupazione: altri 3 miliardi. Il Pentagono ha già chiesto al Congresso un supplemento di 40 miliardi per il Medio Oriente. I repubblicani lo voteranno, i democratici lo approveranno in silenzio. Il prezzo reale, però, lo pagheranno i consumatori europei: ogni dollaro in più sul Brent toglie 0,7 miliardi di euro all'anno dal Pil italiano. La guerra, in fondo, è già iniziata. Si chiama scontrino della stazione di servizio.
