Ue firma carta per giudicare mosca: la strada verso la corte sull’aggressione è in salita
Kiev, 31 marzo. Tutta l’Europa, tranne l’Ungheria, ha messo nero su bianco ciò che fino a ieri era solo una minaccia: la Russia dovrà finire davanti a un tribunale ad hoc per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. La dichiarazione, siglata a Bucha a quattro anni dal massacro, non è un atto simbolico. È la prima volta che gli Stati Ue si impegnano a riconoscere giurisdizionalmente la Corte promossa insieme al Consiglio d’Europa, aprendo la porta a un’azione legale che Mosca giudica «priva di fondamento» ma che Kiev considera «l’unica via per una pace credibile».
Perché bucha è diventata la pietra di paragone del diritto internazionale
Il 31 marzo 2022 le strade di Bucha erano ancora calde di sangue quando i carri armati ucraini rientrarono nella cittadina-satellite di Kiev. In 33 giorni di occupazione, raccontano i sopravvissuti, i soldati russi trasformarono ogni cantina in una cella, ogni parcheggio in un plotone d’esecuzione. Le autorità locali contano 458 corpi, 9 bambini, 50 donne violentate e poi uccise. Le fosse comuni, scoperte con l’aiuto di volontari e tecnologia satellitare, sono servite da laboratorio per i periti dell’ICC. Oggi quei dossier — 42.000 pagine di referti, fotografie, intercettazioni — sono la spina dorsale del nuovo Tribunale sul crimine di aggressione.
La firma europea, però, nasconde un intoppo: l’Ungheria non ha apposto la propria. Budapest continua a negoziare esenzioni e garanzie energetiche, rallentando il consenso necessario per rendere giuridicamente vincolante il meccanismo. Il testo chiede «una Commissione internazionale delle riparazioni» per risarcire Kiev, ma non indica dove reperire i fondi. Il Fondo sovrano russo congelato vale 260 miliardi, ma la sua monetizzazione è bloccata dal timore di creare un precedente che metta a rischio le riserve valutarie di altri Stati sotto sanzioni.

Il piano segreto per aggirare il veto di orbán
La soluzione, spiegano a NuoveFrontiere fonti della Farnesina, passa per un «protocollo di adesione separato» che l’Italia, la Polonia e la Germania stanno negoziando con i paesi Baltici. L’idea: rendere la Corte sul crimine di aggressione operativa con un trattato misto Ue-Consiglio d’Europa, aggirando l’unanimità. «Non serve il consenso di 27, bastano 20 più Kiev per dare vita alla giurisdizione», confida un diplomatico che ha lavorato al dossier. Obiettivo: presentare lo statuto entro giugno, prima del vertice Nato di Washington. Se funzionerà, Putin potrebbe essere formalmente imputato di aggressione entro il 2025, anche in absentia.
Il rischio è un doppio binario: da un lato la Corte dell’Aja per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dall’altro la neonata Corte sull’aggressione. Due fronti giudiziari, due velocità. «Ma per le vittime di Bucha la giustizia non è un optional», dice Oleksandra Matviichuk, premio Nobel per la libertà di coscienza, presente oggi alla cerimonia. «Se l’Europa non riesce a processare chi ha ordinato l’invasione, allora il diritto internazionale è solo carta straccia».
Alla fine della giornata, mentre i ministri europei deponevano fiori sulla fosse, le autorità ucraine hanno mostrato un nuovo rapporto: 11.000 minori deportati in Russia, 1.200 ancora dispersi. Le cifre, aggiornate al 30 marzo, saranno consegnate giovedì all’Europarlamento. È l’ennesimo dossier che finirà sul tavolo dei giudici. La partita è appena cominciata, ma il campo di battaglia si è spostato dalle trincee alle aule di tribunale. E questa volta, a differenza di Bucha, nessuno può permettersi di arrivare tardi.