Un antonov-26 si spezza su crimea: 29 morti e il silenzio di mosca

Un tonfo secco sulle scogliere di Feodosia, poi il silenzio. L’An-26 dell’Aeronautica russa è precipitato ieri sera poco dopo le 18 locali: 29 anime a bordo, nessuna sopravvissuta. Le autorità di Mosca parlano di «guasto tecnico», ma il velivolo aveva 42 anni sulle spalle e un dossier di criticità strutturali lungo come le piste di Saki.

La meccanica della tragedia: un radar che si spegne, una scarpa di fuoco

Il volo era di routine: decollo da Sevastopol, destinazione un campo d’aviazione dietro il fronte ucraino. A quota 1.200 metri il transponder smette di trasmettere; due minuti dopo qualcuno al centro controllo grida «perduto». I soccorritori arrivano in notturna, raccontano di carcasse contorte e odore di kerosene che impregna i pini. Nessun foro d’esplosione, niente schegge di missile: un dettaglio che il Cremlino cita subito per escludere «atti ostili». Peccato che lo stesso modello, nel 2020, precipitò a Kharkiv per il ghiaccio sul bordo d’attacco: 26 morti. Allora si parlò pure di «guasto».

La flotta An-26 è un museo volante: 140 esemplari ancora in servizio, revisioni ogni 35 anni, pezzi di ricambio fabbricati in fabbriche ormai nella zona di guerra. I piloti lo chiamano «sacco di chiodi», ma vola perché costa poco. Il ministero della Difesa ha già ordinato un’indagine tecnica: si scrutinano i registri di manutenzione, si blinda la scatola nera. Intanto le famiglie ricevono la notizia via SMS: «Vostro figlio è morto eroicamente». Nessuna parola sui salari arretrati o sui tagli al budget per l’aviabilità.

Crimea, teatro di un’altra guerra

Crimea, teatro di un’altra guerra

Il luogo del disastro è simbolico: Crimea, annessa nel 2014, trasformata in fortezza missilistica. Sopra i cieli di Feodosia passano ogni giorno droni, elicotteri e cargo che riforniscono la 49ª armata. Il blackout aereo imposto ieri notte ha bloccato per quattro ore i voli verso Dzhankoi: convogli di camion in fila, autisti che bestemmiano e bevono tè nero per non addormentarsi. È qui che la guerra si misura in code, non in comunicati.

Lo schianto dell’An-26 non cambia gli equilibri militari, ma svela una verità scomoda: la Russia sta consumando i suoi aeromobili così come sta consumando i suoi uomini. Ogni pezzo che cade è un tassello del mosaico di un esercito che, per mantenere il ritmo, sacrifica sicurezza e soldati. Il conto è presto fatto: 29 morti, zero domande al vertice. Finché i radar continueranno a spegnersi, il silenzio resterà l’unico suono di Stato.