Un bambino, una cartuccia e il silenzio rotto: ian non è più il portiere di san cristóbal

Ian Cabrera indossava la maglia di River Plate e quella della Selección fin da quando i genitori lo mettevano a letto con il pallone fra le braccia. A tredici anni, il 2 gennaio 2013, aveva già la parata istintiva e il passo felino che i tecnici dell’Independiente di San Cristóbal studiavano con la bussola in mano. Stamattina è morto nel bagno della scuola media Mariano Moreno, colpito da un colpo di una carabina calibro 12/70 portata dentro una custodia da chitarra da un compagno di quindici anni.

La strage che non ha nemici

Non c’è pregresso di bullismo, non c’è una nota disciplinare, non c’è un diario strappato. Il governo scolastico di Santa Fe lo giura: il ragazzo che ha premuto il grilletto «non aveva né segnali né storia di violenza». Quel che resta sono due bossoli sul pavimento, otto feriti che si contano le dita per credere di essere ancora vivi e un intero paese che ha chiuso bar, campi da calcio e la chiesa parrocchiale.

La madre, docente, aveva appena commentato su Facebook la foto del figlio sul quadriciclo: «Manca solo il casco, ti amo». Il padre, dipendente comunale, lo chiamava «enano» e pubblicava ogni progressione nelle giovanili. Ian tifava Enzo Fernández, il centrocampista del Chelsea con la riga al centro: sogno di diventare grande per parare i rigori, non per finire in una bara bianca.

Il club ha decretato lutto sportivo: nessun allenamento, nessun fischio d’apertura, le bandiere a mezz’asta come fossero in trasferta permanente. Persino gli adulti, abituati a perdere le finali, non sanno come si fa a perdere un figlio.

Un’arma da caccia nel corridoio della scuola

Un’arma da caccia nel corridoio della scuola

La carabina era del nonno. Il ragazzo l’ha caricata a casa, l’ha infilata nella custodia da Gibson e ha attraversato cinque isolati come se andasse a lezione di musica. Alle 7:42 ha cominciato a sparare. Ian si è chiuso nel bagno degli uomini, forse per sbarrare la porta, forse per trovare un angolo dove il mondo finisse prima del dolore. Un proiettile lo ha raggiunto al torace. I medici hanno trovato solo polvere.

I periti hanno recuperato trenta pallini sparsi sul linoleum, la mochila nera con il diario ancora intonso e la canna ancora calda. Il minore ora è «a disposizione del juzgado de menores»: in Santa Fe quella frase è un eufemismo per dire che nessuno sa dove mettere la colpa se non dentro un’adolescenza rotta.

Lo psicologo scolastico racconta di una famiglia «in situazione de alta vulnerabilidad», di madre in cassa integrazione, di padre assente da mesi. Nessuno ha notato il buco nel muro di casa dove si tenevano i cartocci. Nessuno ha segnalato il ragazzo al servizio sociale. «Se non c’è un cartello, non c’è un problema», dice un insegnante. Peccato che i cartelli, oggi, siano i funerali.

Il paese che non sa più guardare avanti

Il paese che non sa più guardare avanti

San Cristóbal, 45 mila abitanti, coltiva soia e produce portieri. Da domani dovrà inventare un modo per spiegare agli altri bambini perché il campo 5 resta vuoto. Il sindaco ha annunciato «protocolos de seguridad escolar» che significano tornelli, metal detector e bidelli addestrati a disarmare un compagno di classe. Ma non esiste dispositivo che blocchi la solitudine.

Intanto WhatsBack si è tinto di azzurro-oro: centinaia di profili scaricano la foto di Ian con i gucci bianchi e la scritta «Andate pure, portiere del cielo». È l’unico stadio che gli resta. La partita è finita 1-0 per chi non doveva nemmeno giocarla.