Un secondo casco blu ucciso: la finul nel sangue e la diplomazia in trincea
Un altro soldato indonesiano è morto, un altro convoglio finito sotto il fuoco. La Finul, la missione di pace che da quasi mezzo secolo tiene a freno la frontiera tra Libano e Israele, conta i suoi morti in tempo reale: due in poche ore, entrambi colpiti mentre cercavano di contenere una guerra che non vogliono.
Il primo attacco è avvenuto vicino a Marjayoun, nel distretto di Nabatiye, dove un blindato è stato centrato da un proiettile israeliano. Il secondo, poco dopo, a Bani Hayyan: stessa zona, stesso scenario. Uno dei due feriti è in prognosi riservata. Madrid conferma: «Il convoglio era sotto comando spagnolo». Parole che suonano come un'accusa, perché se anche i caschi blu non sono più al sicuro, nessuno lo è.
Robles alza la voce, ma l'onu frena
La ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, non ha usato mezzi termini: «La situazione è molto preoccupante. Serve un freno immediato, serve che l'Onu imponga il rispetto del mandato». Peccato che il mandato – armato di caschi azzurri e di regole di ingaggio che vietano l'uso offensivo – si sia rivelato carta straccia ogni volta che i droni o i carri armati hanno oltrepassato la linea blu.
Lo scontro, però, non è solo sul terreno. È anche dentro la sala riunioni di New York, dove il Consiglio di Sicurezza si è riunito d'urgenza e si è chiuso con un nulla di fatto: nessuna condanna concreta, nessuna minaccia di sanzioni. Solo la solita dichiarazione di «profonda preoccupazione». Quella che, in queste ore, suona come un epitaffio.
Lo scudo umano del Sud Libano si è ridotto a un bersaglio mobile. E la Finul, che dovrebbe garantire la risoluzione 1701 – quella che impone il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele – è diventata una comparsa senza copione. I 10.000 caschi blu schierati tra Litani e linea blu non possono né sparare né opporsi: possono solo contare i colpi e, ora, anche i morti.

Il prezzo di una missione senza potere
Dal 1978 la Finul ha registrato 314 morti. Due in più da ieri. Numeri che non fanno rumore, perché non sono «combattenti»: sono militari inviati a difendere un confilietto che nessuno vuole davvero difendere. L'ultimo bilancio è un fotogramma: un blindato bianco fermo in mezzo a una strada di campagna, il fumo che esce dal cofano, un casco blu a terra. Accanto, un cartello scritto a mano: «Una tregua è sempre un armistizio che aspetta di diventare pace. Finché qualcuno non decide che è ora di tornare a sparare».
Israele parla di «fuoco di risposta» a colpi provenienti da postazioni vicine ai villaggi. Hezbollah nega e contrattacca. In mezzo, i caschi blu raccolgono i cocci e le salme. Il segretario generale dell'Onu, António Guterres, ha chiesto «massima moderazione». Ma la moderazione, qui, è diventata un eufemismo per «lasciateci soli con il nostro lutto».
La domanda – quella vera – non è quanti ancora dovranno morire. È quanto ancro può reggere una missione che nessuno vuole smantellare e nessuno intende rafforzare. Due morti in un giorno fanno rumore solo se qualcuno ha da perdere. Per ora, a perdere sono solo i caschi blu. E il Libano, ancora una volta, conta i suoi morti con l'indice di un conto che nessuno salderà.
