Una scheggia della croce di cristo sopravvive alle fiamme nel cuore di san salvador

Il 7 aprile 2013, mentre San Salvador celebrava la Divina Misericordia, il cielo sopra il Centro Storico si tinse di nero. Le fiamme hanno divorato l’altare, ridotto a carboncino il Cristo del Calvario e cancellato per sempre la Vergine dei Dolori. Ma quando i pompieri hanno tirato via le travi ardenti, lì, sotto una lastra di marmo scrostata, hanno trovato ancora intatta una reliquia che Roma custodisce gelosamente dal 29 novembre 1898: un frammento di legno creduto vero, inchiodato a Gerusalemme duemila anni fa.

Il legno che non brucia

Don Elder Romero, parroco della chiesa El Calvario, racconta con la voce che ancora trema: «Il fuoco ha lambito ogni centimetro, ma la scatoletta d’argento è rimasta fredda. Quando l’ho aperta, il legno puzzava d’incenso, non di fumo». Il frammento – lungo sette centimetri, spesso due – è stato rimesso sull’altare il giorno di Pasqua 2015, trasformando il retablo in reliquario. Da allora, ogni venerdì, la fila dei fedeli si allunga fuori dal portone settecentesco per toccare il vetro blindato e baciare la croce.

La storia di El Calvario è un ciclo infinito di crolli e resurrezioni. Fondata nel 1660 con il permesso di fra Payo de Rivera, allora provinciale dei francescani in Guatemala, la prima cappetta era di tavole di cedar presate e lamiera stampata. Un terremoto la polverizzò nel 1719; un incendio la ridusse in cenere nel 1782; un’altra scossa la spaccò nel 1917. Ogni volta, i somaschi – arrivati nel 1921 per educare i ragazzi del carcere minorile – raccolsero i cocci e ricominciarono.

Il terremoto del 2001 ha piegato le colonne ma non ha toccato la teca. Il sisma del 1986 ha fatto crollare il campanile, lasciando in piedi solo la navata centrale. «È come se la croce rifiutasse di cadere» dice Don Romero, mentre mostra le foto ingiallite dell’archivio parrocchiale. «O forse è il paese che, ogni volta che cade, si aggrappa a un pezzo di legno per rialzarsi».

Un pezzo di gerusalemme in calle de la amargura

Un pezzo di gerusalemme in calle de la amargura

La reliquia arrivò a San Salvador per mare, nascosta in una cassa di banane, regalo di papa Leone XIII al governo conservatore di Carlos Ezeta. La scelta cadde su El Calvario perché la chiesa, eretta sulla via più lunga del villaggio coloniale, era già meta delle processioni della Settimana Santa. I 14 altari delle stazioni della Via Crucis ancora oggi costellano la calle que un tempo si chiamava Los Pasos e che oggi, con nome beffardo, è la Strada dell’Amarezza.

Il Centro storico, da allora, vive un paradosso: mentre i palazzi liberty vengono abbattuti per far posto a centri commerciali, l’unico edificio che nessuno osa toccare è quello che ha già bruciato tre volte. L’ultimo restauro, finanziato dalla Conferenza Episcopale e da una colletta tra i mercanti di quartiere, ha costato 1,2 milioni di dollari. I soldi sono arrivati anche dalle gang: il Barrio 18 ha versato 40 mila dollari in contanti, consegnati in una busta di plastica al sacrestano. «Hanno detto che la reliquia li protegge dai proiettili» racconta don Romero, senza aggiungere altro.

Oggi la messa domenicale è un patchwork di fedi. Ci sono le signore vestite di nero che piangono il figlio ucciso dalla polizia, i venditori di palloncini che si inginocchiano prima di aprire bancarella, i turisti tedeschi con la reflex che cercano l’inquadratura perfetta tra le colonne scheggiate. Tutti vogliono vedere il legno. Nessuno sa se sia autentico. Ma la fila, ogni settimana, si allunga.

La chiesa è di nuovo a rischio: il terremoto del 2022 ha aperto una crepa nel cupolone e l’acqua piovana ha infiltrato l’archivio. I somaschi hanno lanciato una colletta online: servono 800 mila dollari per consolidare la struttura. Hanno ricevuto offerte da Miami, da Los Angeles, perfino da Sydney. «La gente non dona per le pietre» conclude don Romero, mentre chiude la porta della sacrestia. «Donano perché, in un paese dove tutto crolla, un pezzo di legno è rimasto in piedi. E questo, per noi, basta».