Washington nascosta: 50mila soldati pronti a irrompere in iran
I numeri sono pietre nere su una scacchiera che nessuno vuole guardare: 50.000 militari americani già dispiegati nel Medio Oriente, 10.000 in più del consueto, a meno di trenta giorni dall’inizio delle ostilità con Teheran. Una cifra che il Pentagono non smentisce, che il New York Times pubblica domenica sera e che, per la prima volta, supera la soglia psicologica della guerra lampo.
Il disegno che emerge dai dispiegamenti
Nei porti di Manama e di Al-Dafra, nelle hangar di Ali Al Salem e sul ponte della USS Tripoli, le truppe non fanno più esercitazioni: scaricano artiglieria legenda, verificano i sistemi di contro-batteria, distribuiscono munizioni sigillate. 2.500 marines sono sbarcati giovedì; altrettanti navy seal hanno raggiunto la 5th Fleet nel Golfo Persico. Il loro obiettivo, spiegano fonti militari al quotidiano americano, non è «l’invasione su larga scala» che ricordiamo dal 2003, bensì una sequenza di incursioni tattiche: raid notturni, sabotaggi alle infrastrutture nucleari, sequestri di scienziati. Operazioni che, sulla carta, dovrebbero concludersi in «poche settimane», ma che richiedono basi avanzate, ospedali da campo e, soprattutto, polmoni umani da esporre a droni Shahed e ordigni Efp.
Il presidente Donald Trump lo nega in pubblico: «Stiamo negoziando», ripete. Ma al Washington Post funzionari del Defense Department disegnano piani di «penetrazione limitata» nel cuore del plateau iraniano. L’ultimatum alla Repubblica Islamica – sbloccare lo stretto di Hormuz entro il 6 aprile o vedere le centrali elettriche ridotte in polvere – è stato solo rimandato, non ritirato. E nel frattempo, l’USS Tripoli porta con sé altri 3.500 uomini, elicotteri Apache e mezzi anfibi che non servono a pattugliare, ma a sbarcare.

L’iran che aspetta l’alba sul golfo
A Teheran, il presidente del Parlamento Mohamad Baqer Qalibaf ha risposto a tono: «Parlano di trattative, ma nella notte muovono i carri armati». La Guardia Rivoluzionale ha dichiarato lo stato di massima allerta lungo la costa del Makran; i radar dei missiletti anti-nave Qader sono stati accesi. I pasdaran sanno che, se l’offensiva dovesse partire, la prima ondata colpirà i siti di arricchimento di Natanz e Fordow, ma anche le banchine di Bandar Abbas, dove ancora attraccano petroliere cinesi.
Intanto, i sondaggi interni alla Casa Bianca mostrano un’America divisa: oltre il 55% si oppone a un coinvolgimento di terra, ma i morti – tredici finora – e i 300 feriti del 28 febbraio hanno riacceso il dibattito sul «dovere di ritorsione». I vertici del Centcom non parlano più di «contenimento», bensì di «finitura rapida»: un eufemismo che, nella cronologia degli interventi Usa, ha sempre precedito l’ingresso dei primi fanti.
La partita, insomma, è aperta. E mentre i carrier solcano il Golfo e i caccia F-35 decollano da Al-Udeid, resta un solo dato fisso: 50.000 famiglie americane attendono un sms che, in qualsiasi momento, può trasformarsi in una bandiera consegnata sul prato di Arlington. Il tempo stringe; la scacchiera è pronta. E nessuno, a Washington, osa più parlare di «missione di pace».
